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Liturgia di ringraziamento per il 50mo anniversario della Comunità di Sant'Egidio

10 febbraio, ore 17,30 Basilica di San Giovanni in Laterano

 
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9 Settembre 2012 17:00 | Skenderjia, Main Hall

Vivere insieme in Africa tra conflitti e opportunità



Jeannot Ahoussou-Kouadio


Primo Ministro della Repubblica della Costa d’Avorio

Signore, Signori,
è davvero con grande piacere che partecipo a questo importante incontro di Sarajevo consacrato alla pace. Sono molto onorato di trovarmi accanto ad eminenti personalità che si impegnano a creare le condizioni di un mondo nuovo, un mondo del dialogo, della cooperazione, della solidarietà, e dunque della pace.

Io vorrei, a nome mio e della delegazione che mi accompagna, ringraziarvi per il vostro cortese invito e la vostra calorosa accoglienza, e anche per le squisite attenzioni di cui siamo oggetto dal nostro arrivo nella vostra bella capitale, così carica di storia e di promesse per il futuro.

A nome del presidente della repubblica della Costa d’Avorio, Sua Eccellenza Alassane Ouattara che ho il grande onore di rappresentare, vi trasmetto il messaggio di amicizia e di pace del popolo ivoriano che è amico di tutti i popoli e nemico di nessuno.

Ma prima di proseguire permettetemi di indirizzare i miei sentiti ringraziamenti alla Comunità di Sant’Egidio e al suo fondatore il Professor Andrea Riccardi, ministro italiano per l’Integrazione e la Cooperazione Internazionale, per il suo impegno in favore della pace in Costa d’Avorio. Devo anche ricordare tutti gli sforzi sostenuti dalla Comunità di Sant’Egidio (le energie dedicate, impiegate…) in favore del nostro continente aiutando a instaurare la concordia fra i popoli. E’ d’altronde in riconoscimento di questi sforzi meritori che è piaciuto all’UNESCO consegnare, nel 1999, ad Andrea Riccardi, il premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace.

Sul tema di questo incontro, vorrei portare il contributo del nostro paese che ha fatto della pace la sua seconda religione e che la cerca oggi disperatamente a dispetto delle crisi e delle violenze sporadiche che lo attraversano.

Come siamo riusciti durante i nostri primi quaranta anni di esistenza come stato indipendente a salvaguardare, mantenere e promuovere la pace? E come abbiamo potuto, un decennio fa, precipitare in maniera inaspettata e drammatica nella guerra?e quale lezione ne abbiamo tratto?

Sotto l’egida del suo primo presidente della Repubblica, Felix Houphouet-Boigny, la Costa d’Avorio aveva messo la pace al centro della sua politica interna ed estera. Questa ricerca permanente della pace poggiava sui valori fondamentali della nuova repubblica indipendente: la tolleranza, la giustizia, la democrazia, il rispetto del diritto e della dignità umana. Essa si costruì pazientemente attraverso una trasformazione progressiva e continua degli atteggiamenti, dei valori, dei comportamenti individuali e collettivi. “la pace, non è una parola, ma un comportamento” amava ripetere il primo presidente ivoriano.
Sì, un comportamento di pace permette di gestire i conflitti e le controversie con altri mezzi che l’aggressività e la violenza. Questo spiega la nostra pratica continua  del dialogo e di una diplomazia attiva per risolvere, con l’accordo e il compromesso, le controversie in Africa e nel mondo.

Espressione religiosa del nostro ideale di pace sono la Basilica Nostra Signora della Pace di Yamoussoukro e la Grande Moschea di Abidjan Plateau che testimoniano della tolleranza religiosa e ci ricordano che l’azione politica trova una dimensione regolatrice solo se si riferisce a dei valori assoluti. Espressione profana di questo ideale sono la Fondazione Felix Houphouet-Boigny per la ricerca della pace, che conduce contemporaneamente la riflessione teorica sulla pace e la formazione alla cittadinanza e alla cultura della pace, e il premio internazionale Felix Houphouet-Boigny per la ricerca della pace attribuito ogni anno dall’UNESCO agli artigiani di pace. La data di creazione di questo premio, un 15 novembre, è stata dichiarata Giornata nazionale della Pace ed è celebrata ogni anno.

Così, attraverso la promozione dei valori della cultura della pace, attraverso le istituzioni deputate a metterle in atto, attraverso una vera e propria pedagogia della pace per fare di ogni cittadino un attore di pace nello sforzo comune per lo sviluppo, siamo riusciti a costruire un paese pacifico e relativamente prospero.

Ma la pace è una costruzione paziente e che si rinnova continuamente,  che esige un’attenzione costante per trionfare sulle forze del disordine, dell’ingiustizia, della violenza che la minacciano in ogni momento. Noi ne abbiamo fatto dolorosa esperienza nella guerra che abbiamo conosciuto nel 2002 e nella crisi postelettorale del 2011.

Abbiamo capito che c’era uno stretto legame fra i problemi economici e i problemi della pace, perché la crisi ivoriana è cominciata con la crisi economica della fine degli anni 80. Ne è risultato un aggravamento dei problemi dell’immigrazione, che nel nostro paese ha il tasso più alto al mondo pari a un quarto della popolazione, nell’ambiente rurale a causa della pressione demografica, nella costruzione di uno Stato democratico la cui etica e le cui regole siano condivise e rispettate da tutti i cittadini.

Allo stesso modo abbiamo capito che la pace fra ivoriani dipendeva anche dalla pace con i paesi vicini. Per questa ragione il nostro paese si è interessato alla risoluzione dei conflitti della regione della’Africa occidentale, in particolare i più recenti, in Mali e in Guinea-Bissau; per questo la Costa d’Avorio presiede il Consiglio di pace e Sicurezza dell’Unione Africana, impegnandosi con il dialogo, la conciliazione, la ricerca di accordi, a risolvere i conflitti africani e ad organizzare la nostra sicurezza collettiva.

Pensiamo che è collettivamente, attraverso una volontà comune e uno sforzo costante, che i popoli e gli stati africani costruiranno la pace, presupposto di ogni sviluppo economico e sociale. In questo sforzo, noi siamo solidali con le altre nazioni del mondo con le quali auspichiamo cooperare da pari a pari nel rispetto del nostro continente e dei suoi uomini.

Perché, non illudiamoci, il nostro pianeta terra è ormai un immenso villaggio i cui abitanti sono solidali e coinvolti nella stessa avventura umana. Finché ci sarà un solo paese in guerra, la pace mondiale resterà fragile e minacciata. Oggi, nel contesto della mondializzazione, la disgrazia (avversità, sciagura, calamità, catastrofe..) travolge necessariamente tutti (la sventura di uno causa necessariamente anche la sventura di tutti gli altri). Perciò noi dobbiamo farci carico dei problemi della pace in maniera globale e solidale, e raccogliere insieme la sfida dello sviluppo condiviso e durevole.
Vuol dire, signore e signori, che la pace è il nuovo nome dello sviluppo. Uno sviluppo comune a tutta l’umanità, condiviso; salvaguardare la pace significa salvaguardare (difendere, preservare…) il futuro dell’umanità.
Sono convinto che gli incontri come questo di Sarajevo, aiuteranno a realizzare nuovi pregressi in questa ricerca permanente della pace, promessa alle nazioni del mondo e agli uomini di buona volontà.

Vi ringrazio per la vostra cortese attenzione e vi dichiaro la pace.

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
Benedetto XVI

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