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Liturgia di ringraziamento per il 50mo anniversario della Comunità di Sant'Egidio

10 febbraio, ore 17,30 Basilica di San Giovanni in Laterano

 
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11 Settembre 2012 09:30 | Catholic School Centre (Theatre Hall)

Contributo di Kirill


Kirill


Metropolita ortodosso, Presidente del Dipartimento Relazioni Esterne del Patriarcato di Mosca

Eminenze, Eccellenze, Autorità, stimati partecipanti alla tavola rotonda, sono contento di salutare tutti voi!
Ringrazio chi  ha raccolto tutti noi qui, la Comunità di Sant’Egidio, che  porta la pace in diversi angoli del mondo attraverso l’attività caritativa, attraverso la chiamata del buon samaritano a essere prossimo a colui che sembrerebbe il più lontano e il più estraneo. In questo “sussurro di una brezza leggera” di compassione e di calore umano si percepisce in maniera particolare la Presenza di Dio. Tutti i partecipanti a questo convegno possono chiamarsi esperti nel campo dell’umanità, ma tuttavia proprio i cristiani adempiono nella società alla particolare missione perfino non di esperti, ma piuttosto di testimoni di umanità. Siamo testimoni di umanità con forza particolare, poiché il suo valore è radicato per noi nella divino-umanità di Gesù Cristo e la nostra concezione della dignità umana deriva dalla sua chiamata definitiva.


Nel mio intervento vorrei occuparmi di uno dei personaggi più brillanti della storia della Chiesa, il suo maestro san Basilio il Grande, arcivescovo di Cesarea in Cappadocia, perché teologizzando come nessun altro circa il mistero della Santa Trinità, attingeva da questo mistero le energie per il suo amore compassionevole verso i sofferenti. «Una creatura che ha ricevuto il comando di diventare Dio»: san Basilio il Grande definisce l’uomo proprio in questo modo. Dal punto di vista cristiano proprio questa dimensione verticale dà il senso a tutte le comunicazioni sociali orizzontali, mentre il mistero della realtà Trina come comunione basata sull’amore sacrificale diventa chiave di buone pratiche sociali.


E il contemporaneo di Basilio il Grande, sant’Atanasio di Alessandria, dice che l’uomo per grazia, cioè attraverso la compartecipazione, è chiamato a divenire in tutto quello che Dio è per Sua natura. Con la compartecipazione viene superato l’isolamento – parola-chiave con cui è possibile caratterizzare l’attuale società del consumo –, mentre la condizione di grazia è una condizione di apertura, in virtù della quale l’uomo è capace di essere in comunione con Dio. Nella Chiesa, che è l’Unità della grazia dello Spirito Santo, che vive nelle creature dotate di ragione (Chomjakov), l’isolamento si supera proprio come scrive Basilio il Grande nella preghiera del canone eucaristico della Divina Liturgia: “Unisci nella comunione dell’unico Spirito Santo noi tutti che ci comunichiamo all’unico pane e all’unico calice”. L’antica analogia dei rapporti degli uomini tra di loro e con Dio ai raggi di una ruota, che sono più vicini l’uno all’altro per la prossimità all’asse centrale dell’universo, descrive molto bene l’autentica socializzazione del cristiano nella società. La tradizione ascetica, fuga dal mondo per andare nel deserto, purificazione dalle passioni unita alla preghiera per tutto il mondo, acquisizione dello Spirito Santo (esichia e theosis) e successivo ritorno nel mondo – se c’è una nuova chiamata a questo – descrive la stessa pratica sociale dell’esicasmo. Il confine tra la contemplazione e l’azione si cancella, mentre l’unione di mente e cuore nella preghiera mentale dà all’uomo la possibilità di dimorare nell’autentico centro, permeando tutta la sua attività di energie divine.


Sembra incredibile, ma alcuni pongono alla base delle loro idee umanistiche la tesi della normatività della natura umana in qualunque sua situazione. Ciò è strano, poiché noi non possiamo non rilevare esempi del più profondo deterioramento morale che in nessun modo possono essere proposti come norme universali, e tanto più difese. Infatti, l’umanesimo laico non possiede i mezzi che potrebbero in modo univoco e indiscutibile separare i guasti della natura umana dalla sua norma, per cui è obbligato ad allargare continuamente le frontiere di ciò che è concesso, cominciando a difendere oggi quello che ieri era vergognoso.
In questa luce un ruolo particolare deve essere ricoperto dai cristiani – e lo ricoprono – e dalle tradizioni millenarie della più profonda conoscenza della natura umana che essi conservano. Il tesoro inestimabile dell’esperienza patristica – che deve divenire parte della vita di ciascun cristiano, e attraverso esso testimoniare la verità al mondo esterno – con la sua purezza disarmante distrugge la menzogna dell’umanesimo secolare che vuole prendere veramente dimensione planetaria.


Il metropolita di Smolensk e Kalingrad Kirill (oggi santo patriarca di Mosca e di tutte le Russie) in uno dei suoi interventi, nel 2003, osservò che «all’inizio del terzo millennio si innalza davanti all’umanità la minaccia di nuovi conflitti, la cui radice è la domanda sul potere nel mondo e la domanda sui valori». Secondo la sua opinione, in questo conflitto «le visioni liberali dell’individuo e della società si scontrano con le visioni radicate nelle culture e religioni tradizionali». È evidente il fatto che, per la società contemporanea, che può essere caratterizzata come una corsa sfrenata alle soddisfazioni e ai divertimenti –, i valori tradizionali cristiani hanno smesso di essere attuali.


Desiderando sviluppare un servizio esterno nella società, non dobbiamo dimenticare che non si aspettano da noi l’assunzione di funzioni di altri organismi sociali. Nonostante il fatto che viviamo in un’epoca di tecnologie di connessione sviluppate, non è così semplice «farsi tutto per tutti» e ancora più complicato «salvare almeno alcuni». Per questo occorre lo scintillio della vita eterna sui nostri volti.
Il trionfo dell’autentico umanesimo si raggiunge non imbracciando un’arma e perfino neanche con una parola giusta, ma con la vita cristiana di ciascuno di noi. L’unico esperto di autentico umanesimo è l’asceta, e tale deve essere chiunque porti il nome impegnativo di cristiano.

 

Messaggio del papa per l'Incontro di Sarajevo
Benedetto XVI

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