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30 Septiembre 2013 16:30 | Basílica de San Bartolomeo

L’America Latina di Papa Francesco.


Marco Gallo


Universidad Católica de Buenos Aires, Argentina
L’arrivo di Papa Francesco al soglio di Pietro ha portato una ventata di speranza al mondo ed anche all’America Latina. Possiamo dire che già da ora sono tre i primati di Papa Bergoglio: è il primo Papa latinoamericano nella storia della Chiesa, è il primo pontefice gesuita ed il primo tra i Papi che sceglie il nome suggestivo e simbolico del santo di Assisi.
La scelta dei cardinali di indicare in Bergoglio il nuovo successore di Pietro indica lo spostamento del baricentro della Chiesa sul continente latinoamericano. Oggi questo continente è visto dai mass media e dall’opinione pubblica con nuovi occhi, con nuove prospettive, in un momento in cui scemava un interesse storico, soprattutto da parte dell’Europa, nei confronti dell’America Latina. Oggi possiamo dire che con l’elezione di Papa Francesco l’America Latina è tornata al centro di una nuova attenzione. 
In che senso possiamo parlare di spostamento di questo baricentro? 
Direi nel modello di Chiesa proposta dal documento finale di Aparecida, la quinta assemblea dei vescovi latinoamericani, riunitasi nel luglio 2007, nella città brasiliana, sede del santuario mariano maggiormente conosciuto nel Paese. 
Questo documento riveduto ed approvato da Bergoglio, redatto da un gruppo di teologi, tra cui gli argentini Victor Manuel Fernández, oggi Rettore della Pontificia Università Cattolica Argentina e recentemente nominato da Papa Francesco arcivescovo e Carlos Maria Galli, autore del significativo libro “Dios vive en la ciudad. Hacia una nueva pastoral urbana a la luz de Aparecida”, evidenzia il profilo di Chiesa profondamente caldeggiata da Papa Francesco nel suo pontificato di inizio millennio.
In un incontro sulla pastorale urbana nel 2011 l’allora cardinal Bergoglio, ricordando Aparecida, affermava: “La fede ci insegna che Dio vive nella città”. Nella sua analisi Papa Bergoglio ricorda come “Aparecida afferma un cambio di paradigma nella relazione tra il soggetto cristiano e le culture che si elaborano in quei grandi laboratori che sono le megalopoli moderne. Il cristiano non si incontra più in prima linea della produzione culturale, ma ne riceve l’influenza e le pressioni”. Tra le tante affermazioni di Aparecida voglio ricordarne brevemente alcune: “I cristiani siano portatori di buone notizie per l’umanità e non profeti di sventura” (Aparecida,29), dove riecheggiano le parole di Giovanni XXIII all’inizio del Concilio Vaticano II e poi “ Dal Vangelo apprendiamo la sublime lezione di essere poveri secondo Gesù povero” (Aparecida,30). La Chiesa che si delinea ad Aparecida è una chiesa missionaria, quindi non autoreferenziale, allegra e costantemente in dialogo con il mondo e con le diverse culture. 
Nella recente settimana mondiale della Gioventù a Rio de Janeiro, Papa Francesco è ritornato a riflettere sull’importanza del documento di Aparecida per la Chiesa latinoamericana. Ciò è avvenuto nell’incontro con il comitato di coordinamento del CELAM. “Aparecida – sottolineava Papa Francesco – non ha avuto un documento previo da discutere posto all’attenzione dei vescovi, come era avvenute nelle precedenti assemblee (Medellín. Puebla, Santo Domingo), ma ha promosso la partecipazione delle Chiese particolari come cammino di preparazione che è culminato nel documento di sintesi”. L’altro fattore sottolineato è stato l’ambiente di preghiera in cui è maturato il documento: le preghiere dei fedeli nel Santuario hanno come accompagnato il lavoro dei vescovi, ed in questo clima di preghiera “è sorto il desiderio di una nuova Pentecoste” e l’impegno per la Missione Continentale. L’ultimo fattore segnalato da Papa Bergoglio è stato il fatto che era la prima conferenza dei vescovi latinoamericani che si svolgeva in un Santuario mariano, “una mariologia sana che è nel cuore del nostro popolo”. Da qui, concludeva Bergoglio, nasce un documento armonioso, in cui hanno lavorato tutti: “Il discepolo di Cristo non è una persona isolata in una spiritualità intimista, ma una persona in comunità, per donarsi agli altri. La missione continentale, quindi, implica una appartenenza ecclesiale. E qui si sviluppa tutta la riflessione di una Chiesa missionaria ed in dialogo con il mondo, misericordiosa; una Chiesa che si ritrova particolarmente in quella bellissima espressione che ha ripetuto nell’intervista a Civiltà Cattolica, di un “ospedale da campo che cura le ferite”, è costruire sulla visione del beato Giovanni Paolo II “ la Chiesa della misericordia”. 
Papa Francesco stigmatizza le tentazioni che ci sono nella visione missionaria della Chiesa: una è quella dell’ideologizzazione del messaggio evangelico, come anche quella di un riduzionismo sociologico, un’altra è quella dell’ideologizzazione psicologica del messaggio cristiano, poi c’è la proposta gnostica, come proposta di una spiritualità superiore. Egli ricorda poi la tentazione della proposta pelagiana, dove i mali della Chiesa sembrano trovare la soluzione nella disciplina e nella restaurazione di comportamenti e forme superate che non hanno la capacità di essere in sintonia con il mondo perché si chiudono in piccoli gruppi, con tendenze esagerate alla ricerca di una sicurezza dottrinale o disciplinare. Poi indica la tentazione del funzionalismo, inteso in senso organizzativo come una sorta di “teologia della prosperità” ed infine la tentazione sempre presente in America Latina del “clericalismo”. Quest’ultima spiega e motiva la mancanza di maturità e di cristiana libertà in buona parte del laicato latinoamericano. 
 
L’ idea cara a papa Francesco della “integrazione latinoamericana”
 
Di fronte a queste tentazioni Papa Francesco propone quella “teologia del popolo”, di cui i teologi come gli argentini Lucio Gera e Rafael Tello, sono stati i sostenitori e gli epigoni, durante gli anni sessanta e Settanta e che Bergoglio ha sempre profondamente apprezzato.
Aparecida e le recenti riflessioni maturate da Papa Francesco a distanza di sei anni non nascono ovviamente dal nulla, ma in un percorso storico che Bergoglio ha vissuto appieno nel suo magistero episcopale a Buenos Aires. 
Papa Francesco, per quelle che sono state le mie frequentazioni “porteñe” (della città di Buenos Aires, città portuale, N.d.A.), ha una visione latinoamericana, profondamente integratrice, su cui vorrei soffermarmi un momento perché è una chiave interpretativa, secondo me, dell’episcopato di Bergoglio. La sua idea è quella di “Patria Grande” che ha sostenuto uno studioso uruguayano a lui caro, Alberto Methol Ferré. Questa idea di integrazione latinoamericana riprende in parallelo l’idea della casa comune europea che ebbe il beato Giovanni Paolo II. E’ in questa prospettiva che si muove Papa Francesco ed i suoi numerosi colloqui avuti finora con i diversi Capi di Stato latinoamericani, confermano la sua decisa volontà che l’idea dell’integrazione non può solo essere economica, ma culturale e religiosa ed è l’unica strada percorribile per vincere quella litigiosità endemica e la “cultura bellica” di queste nazioni, di cui è permeato il vissuto storico dei popoli del continente latinoamericano. 
Possiamo insomma affermare che Papa Bergoglio esalta la cultura del meticciato ed incoraggia la cultura del convivere tra diversi. E’ in questo contesto che possiamo inserire il suo lavoro pastorale a favore del dialogo interreligioso nella sua diocesi di Buenos Aires. In quindici anni di governo pastorale il vescovo Bergoglio ha costruito numerosi rapporti ecumenici ed interreligiosi significativi, improntati sull’amicizia personale e tenendo presente la realtà storica di una città cosmopolita come Buenos Aires. L’amicizia con la comunità ebraica - e la presenza qui oggi del rabbino Skorka ne è una significativa conferma - come quella con la comunità islamica, ha fatto di questa città un interessante laboratorio di dialogo e di incontro. Sono state frequenti anche le iniziative interreligiose per la pace e contro il terrorismo.
Conservo il personale ricordo della risposta delle varie comunità religiose dopo gli attentati alle Torri Gemelle nel 2001, con una significativa preghiera interreligiosa di fronte all’Obelisco, di cui l’arcivescovo fu l’anima organizzatrice. La memoria per le festività ebraiche ed islamiche erano sempre nell’agenda del cardinale, comunità che il vescovo ha sempre tenuto a visitare in varie occasioni. 
Questa cultura dell’incontro che oggi Papa Francesco ripropone è stata da lui vissuta in questi anni di cura pastorale a Buenos Aires. L’amore preferenziale per i poveri l’ha sempre testimoniato con gesti e parole, come l’accompagnamento alla città nei momenti di dolore (penso all’incendio della discoteca di Cromañon, dove perirono quasi 200 giovani o il recente incidente ferroviario alla stazione di Once del 2012) che lo ha visto profeta inascoltato, come quando tuonò contro “la città che non sa piangere su se stessa”, contro la città corrotta che uccide i suoi figli nel commercio di schiavi, nella prostituzione e nello sfruttamento del lavoro minorile e femminile. Il suo amore privilegiato per i bambini e per gli anziani era sempre testimoniato dal riunirli tutti gli anni in grandi liturgie popolari e denunciando all’opinione pubblica come fossero “gli scarti, le scorie della società”
Oggi Papa Francesco, anche se sarei ancora tentato di chiamarlo Monseñor o Padre Jorge,
come pontefice della speranza, della misericordia e della tenerezza, ci indica una strada sicura, quella dell’umiltà e della simpatia umana, perché nessun uomo e nessuna donna si sentano orfani ed abbiano la coscienza chiara di un futuro destino comune, camminando con “il coraggio della speranza”. 
 


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