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25 Ottobre 2014

Caso giapponese e impegno italiano per una moratoria

La diplomazia dell'amicizia contro la pena di morte

 
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Caro direttore, «Sono stato nell'abisso. Cinquecento metri sotto terra vivono i morti, i  martiri, negli inferi.  Mangiano zuppe. Io sono potuto risorgere dai morti. Adesso difendo la vita dopo la morte». Lo dice Ywao Hakamada. Per 46 anni nel braccio della morte, innocente. La sua mente prova a uscire dai fantasmi dell'isolamento e della tortura mentale.
In Giappone non si dice ai condannati la data dell'esecuzione. Ogni volta che si apre la porta può essere per mangiare, essere puniti, una lettera o andare a morire. Tortura mentale. C'è chi non regge. Eppure quelle parole, surreali, raccontano più di un film. E hanno squarciato con delicatezza il Simposio internazionale "Non c'è giustizia senza vita", che la Comunità di Sant'Egidio, con l'Unione Europea e il Comitato Diritti Umani della Camera, ha organizzato con parlamentari, ex ministri della giustizia, giudici, avvocati, Ong e mass media a Chiyoda-ku, Tokyo, Parlamento giapponese. Lo stesso giorno delle parole di papa Francesco, che chiede a tutti di lavorare all'abolizione della pena di morte e a umanizzare la vita del carcere.
Il Giappone ha ripreso le esecuzioni, da tre anni. È con gli Usa la più grande tra le democrazie avanzate del mondo che non hanno mai smesso. La Cina rimane il colosso mondiale, con più esecuzioni, ma non ci sono dati ufficiali. Per decisioni della Corte Suprema è anche  il Paese dove diminuisce più in fretta il numero dei "giustiziati", scesi - secondo le stime di esperti - da 5.000 a 3.000 l'anno. La Corea del Sud da tempo ha una moratoria di fatto. La Mongolia è diventata leader degli abolizionisti dell'area. Nelle Filippine non si uccide più in nome della legge.
In Giappone di pena capitale non si parla, non si discute sui giornali, sui social media, nel governo. Come se fosse parte della "cultura giapponese": ordine, precisione, riparazione dell'errore. Ma non è vero. Dal IX al XII secolo il Giappone è stato l'unico Stato del mondo senza pena capitale, quando l'Europa vi era invece brutalmente dedita. Ma oggi la pena capitale resta anche se il Giappone è uno dei Paesi con meno omicidi, meno di mille all'anno: quasi niente a confronto con la violenza diffusa di certe periferie e città caraibiche o sudamericane.
Il Parlamento italiano, con una risoluzione a firma di chi scrive, ha impegnato il governo a un lavoro che Renzi ha rilanciato all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di settembre, tra le priorità di questo semestre di lavoro europeo, in vista della nuova Risoluzione Onu per una moratoria universale della pena di morte del prossimo novembre.
Che è successo a Tokyo? Che si sta rafforzando la Lega parlamentare contro la pena di morte, nata una rete informale tra tutti i soggetti che finora hanno lavorato isolati: è la diplomazia dell'amicizia che è all'origine di guerre  civili fermate e della decisione di molti Stati passati al fronte abolizionista negli ultimi anni.
Un politico di peso, che ha ricoperto ruoli di ministro e di capo della polizia, Shizuka Kamei, ha descritto gli abusi di un sistema che prevede 23 giorni di fermo di polizia in cui possono nascere confessioni per disperazione. Guida i parlamentari contro la pena di morte. Incoraggiato dal sostegno italiano ha detto che nel 2015 presenterà la proposta di legge per una moratoria di tre armi, sulle pene alternative alla pena capitale, e per una commissione di studio all'interno dei due rami del Parlamento. L'associazione degli avvocati giapponese sostiene la necessità di una pausa.
Intanto occorrerebbe impedire che le giurie popolari possano dare sentenze capitali "non all'unanimità". Ma nel Paese del silenzio, e che non sbaglia, dei treni sempre in orario si è creato un varco: il signor Hakamada, vivo, mostra che il sistema non è "perfetto". Il "metodo Sant'Egidio" di dialogo e raccordo tra tutti i soggetti, e la solidarietà internazionale tra Parlamenti sta facendo il resto, anche con uno dei partiti al governo. Giovedì sera le immagini alla televisione giapponese e la notizia su qualche giornale hanno segnato un disgelo. Ho chiesto che a NewYork, quando si voterà alla prossima Assemblea generale la risoluzione per una moratoria non si oppongano. Chissà.  


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