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Marted� 13 Settembre 2005 -  Palais des Congr�s de Lyon - Cit� Internationale - Amphith��tre Pasteur
A 60 anni da Auschwitz: ebrei e cristiani in dialogo

 

Ambrogio Spreafico
Comunit� di Sant�Egidio, Italia

Innanzitutto vorrei ringraziare tutti voi per avere accettato di partecipare a questa tavola rotonda su un tema che personalmente mi impegna da ormai molti anni. La nostra amicizia antica con il Rabbino Cohen, e la pi� recente con il rabbino Azran e con Oded Wiener, si inseriscono in fondo all�interno di questo mutuo desiderio di incontro e di dialogo, che ha animato la nostra vita ormai da diverso tempo. Ancora ricordo la prima volta che incontrai il Rabbino Cohen a Gerusalemme agli inizi degli anni novanta. Ricordo la nostra conversazione ed anche la fatica a spiegare chi eravamo, il senso del nostro incontrarci, a liberare il campo dai pregiudizi che hanno segnato e alimentato la storia del rapporto ebraico cristiano negli anni. Era la prima volta che incontravo uno dei rabbini capo ortodossi pi� noti di Israele. Ma la Comunit� di Sant�Egidio aveva intuito fin da allora che il dialogo ebraico cristiano non poteva avvenire solo con i rappresentanti delle grandi organizzazioni ebraiche mondiali o con esponenti del mondo ebraico riformato. Esso doveva passare attraverso gli esponenti del mondo ebraico ortodosso e in particolare non poteva escludere Israele. Per questo la costituzione della commissione mista di dialogo tra la Santa Sede e il Gran Rabbinato di Israele, qui rappresentata da voi, mi � sembrata una tappa importante sulla via del dialogo ebraico cristiano.

Sono persuaso che a 40 anni dalla Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate da parte della chiesa Cattolica c�� stato un cambiamento sostanziale nel modo di intendere e di vivere il rapporto con l�ebraismo. Non solo sono stati superati i pregiudizi e le convinzioni che spesso hanno contribuito al diffondersi dell�antisemitismo e alle conseguenti persecuzioni e ghettizzazioni delle comunit� ebraiche, ma si sono stabilite nuove relazioni, si � rafforzato il dialogo, soprattutto da parte cattolica si � approfondito quel legame storico e spirituale del cristianesimo con l�ebraismo. Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno ribadito il legame intrinseco tra la Chiesa e Israele. Papa Benedetto ha recentemente affermato nella Sinagoga di Colonia: ��In considerazione della radice ebraica del cristianesimo il mio venerato Predecessore, confermando un giudizio dei Vescovi tedeschi, afferm�: �Chi incontra Cristo incontra l�ebraismo�. Per questo il rapporto della Chiesa con l�ebraismo � essenziale per la chiesa stessa. Vorrei sottolineare che non si tratta qui solo della tradizione ebraica quale � rappresentata dalla sue Sacre Scritture. Talvolta anche nel dialogo ebraico cristiano si evidenzia quasi esclusivamente il legame esistente tra le scritture ebraiche e quelle cristiane. Ma qui non stiamo parlando di una storia finita, di cui la Chiesa � l�erede che cancella e rende vana l�antica. Giovanni Paolo II ha ribadito il valore di quell��alleanza mai revocata� tra Dio e Israele (�.) Le parole del Papa chiedono un impegno di rilettura della realt� attuale dell�ebraismo. La Chiesa cattolica lo ha fatto in una successione continua a partire dal Vaticano II. L�ultimo documento della Pontificia Commissione Biblica, la cui prefazione porta la firma dell�allora Cardinal Ratzinger (2001), �Il popolo ebraico e le sue Scritture ebraiche nella Bibbia cristiana�, deve essere collocato in questa prospettiva. In questo senso deve essere compreso anche da parte ebraica, evitando di pensare che il documento sia fatto per gli ebrei, quindi soggetto a critiche che non tengono conto dell�enorme valore interno per la riflessione e la teologia della chiesa cattolica. Infatti vengono rilette le Scritture ebraiche all�interno della Bibbia cristiana, non solo riconoscendone il valore storico (pp. 51-55), ma anche cercando di reinterpretare i dati evangelici che talvolta sono stati sottoposti a letture oggi non pi� in linea con il Magistero della chiesa. Vedi ad esempio l�interpretazione dei testi neotestamentari in cui �i giudei� sembrano essere presentati in una luce negativa ed essere esclusi definitivamente dalla salvezza e dalla grazia di Dio, o, secondo l�antica accusa, ritenuti responsabili di deicidio. Questo nuovo modo di vedere le cose � fondamentale per la teologia e la lettura cristiana della Bibbia. Si tratta di un punto fermo essenziale, che raccoglie lo spirito del Concilio in maniera definitiva. Ribadisco ai miei amici ebrei l�importanza di tener conto che i documenti della Chiesa sono scritti innanzitutto per noi cattolici e non per voi. Da parte cattolica esiste il compito immenso di permettere a questi documenti di passare nella riflessione teologica come nella catechesi e nella mentalit� quotidiana. Ma � anche responsabilit� di chi tra voi conosce questo nuovo atteggiamento della chiesa di farlo conoscere, perch� sia sconfitto il pregiudizio da ambedue le parti.

Il titolo stesso del documento vaticano � significativo. Si parla di popolo ebraico e di sue Sacre Scritture, cio� di Scritture che vivono oggi in un popolo. Ci� mi porta a dire che uno dei problemi del dialogo ebraico cristiano � l�oggi, cio� la consapevolezza da parte cristiana che l�ebraismo non � finito, che vive in numerose comunit�, che esso non � solo il Primo Testamento, ma che si nutre di una lunga e viva tradizione, raccolta nel Talmud, nella sapienza rabbinica e nella riflessione e nella cultura di generazioni di appartenenti a Israele. Dialogo significa anche questa consapevolezza, quindi implica conoscenza, incontro, da cui nascono mutuo rispetto e stima. Parlo di mutuo, perch� si deve purtroppo riconoscere che anche da parte ebraica l�ignoranza del cristianesimo � tuttora diffusa. Alcuni pensano o sospettano che l�attitudine della chiesa verso gli ebrei sia ancora quella del disprezzo, della conversione forzata o persino della persecuzione. Sarebbe importante inoltre, a mio parere, che da parte ebraica si sviluppasse di pi� il tentativo di compressione pi� profonda del cristianesimo (teologica si potrebbe dire) e delle sue radici ebraiche, come ha chiesto anche il Papa nella Sinagoga di Colonia. Che cosa � il cristianesimo per l�ebraismo? Chi � il cristiano per voi? Qual � la misura del nostro legame? Esso si � perso nella storia o ha valore anche oggi?

Sono professore di Sacra Scrittura in una Universit� Pontificia di Roma. Tra i miei studenti, che provengono da pi� di cento paesi del mondo, alcuni non hanno mai incontrato un ebreo. Talvolta non sanno neppure dell�esistenza di tante comunit� ebraiche. Per loro l�ebraismo � Antico Testamento o qualcosa di sconosciuto, se non una realt� da guardare con sospetto e pregiudizi. Li porto ogni anno al Tempio Maggiore di Roma, visitano il museo ebraico, cominciano a vedere e a conoscere la storia e le persone. Qualcosa cambia. Sono persuaso che ci sia bisogno ancora di gesti, che mostrino quanto � cambiato nei nostri rapporti. La storica visita di Giovanni Paolo II al Tempio Maggiore di Roma nel 1986, la visita al museo della sho� e al muro del pianto, la recente visita di Benedetto XVI alla sinagoga di Colonia hanno un valore enorme. Ma anche la vostra presenza qui a Lione, la prossima visita dei due rabbini capo di Israele al nuovo Papa, si inseriscono in questo bisogno di messaggi chiari di quanto di nuovo esiste tra noi. Non voglio diminuire l�importanza delle parole e dei discorsi, ma oggi abbiamo ancora bisogno anche di gesti di riconciliazione che mostrino con chiarezza che siamo diversi, ma ci possiamo guardare l�un l�altro con rispetto, fiducia e stima, e che ognuno riconosce nell�altro la presenza di quel Dio unico, che si � rivelato ad Abramo, a Mos�, ai profeti e a Ges� Cristo, ebreo di Nazaret di Galilea, profondamente credente nel Dio dei padri.

Questa consapevolezza non significa ovviamente assenza di memoria. Abbiamo voluto ricordare nel titolo di questa tavola rotonda i 60 anni della liberazione del campo di sterminio di Aushwitz. Durante la cerimonia finale di questo convegno un sopravvissuto di quel campo ci dar� la sua testimonianza. Come Comunit� di Sant�Egidio siamo profondamente consapevoli della responsabilit� di mantenere viva la memoria della terribile tragedia della sho�. L�Europa non pu� dimenticare che all�interno della sua lunga storia � stato possibile che sei milioni di ebrei, insieme a 500 mila zingari, disabili, intellettuali e oppositori politici e religiosi sono stati eliminati nei campi di sterminio di un�idelogia della razza nata nel suo seno. La memoria di quell�evento � un monito e una responsabilit� che l�Europa ha non solo verso il popolo ebraico, ma verso il mondo intero. Forse un cenno nella costituzione europea non sarebbe stato inutile! Come preservare e comunicare questa memoria? � stato istituito il �giorno della memoria� nei paesi europei il 27 gennaio, giorno della liberazione del campo di sterminio di Aushwitz. La comunit� di Sant�Egidio ha coinvolto la comunit� ebraica romana per ricordare ogni anno con una marcia silenziosa da Trastevere fino al quartiere ebraico il 16 ottobre, giorno della razzia di pi� di 1000 ebrei deportati a Aushwitz. Solo 16 sopravvissero. � un evento che coinvolge la citt�, soprattutto i giovani, a cui spesso nessuno pi� comunica neppure a scuola il dramma dell�olocausto e e la tragedia della guerra. Scrive Settimia Spizzichino, l�unica donna sopravvissuta a quel 16 ottobre, a cui ci ha legata un stretta amicizia e che, dopo anni di silenzio, aveva deciso di parlare e di raccontare: �Se noi, i superstiti, non perpetuiamo e diffondiamo la memoria di quello che � successo, a che scopo siamo rimaste vive? E che accadr� quando noi non ci saremo pi�? Si perder� il ricordo di quell�infamia?� (�Gli anni rubati�, p. 75). Settimia � morta, come tanti testimoni, dopo aver parlato instancabilmente e aver portato tanti giovani ad Aushwitz. Noi sentiamo la responsabilit� di raccogliere la sua memoria e quella di molti altri. In un mondo che accetta con facilit� la logica della guerra, in un Europa dove torna ad affacciarsi lo spettro dell�antisemitismo e la fobia dello straniero, che produce il razzismo, gli uomini di religione non possono tacere. La memoria dell�olocausto � un imperativo alla coscienza. E l�insorgente antisemitismo � un segnale preoccupante, perch� quando colpiscono la sinagoga, prima o poi saremo tutti colpiti.

Oggi il dialogo ebraico cristiano non si � fermato. Non bisogna fare di singoli episodi un motivo di sospetto o di interruzione di un processo di avvicinamento e di mutua comprensione. Sono convinto che da ambedue le parti occorra fare dei passi avanti. Oggi talvolta la questione mediorientale costituisce un impasse sulla via della comprensione e del dialogo. L�antisemitismo si sposa all�antisionismo e alimenta antichi pregiudizi. Qui a Lione vogliamo riaffermare la nostra volont� di procedere insieme, pur non rinnegando le nostre innegabili differenze, perch� quella pace e quella concordia che siamo venuti e cercare e ad invocare segni i nostri passi nel futuro. Scrive Jonathan Sacks, dopo aver citato una frase del trattato Sanhedrin della Mishna che dice: ��Quando un essere umano crea molte monete con lo stesso conio, escono tutte uguali. Dio crea tutte le persone secondo la sua stessa immagine � la sua immagine � e ciascuna � differente.� La sfida all�immaginario religioso � vedere l�immagine di Dio in chi non rispecchia la nostra immagine.� (Dignit� della differenza, p.72)

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