Sessant�anni possono apparire, contemporaneamente, un periodo relativamente breve � e meno della durata media di una vita umana nei paesi sviluppati � ma possono anche apparire come un periodo molto lungo. Ci� che accadde sessant�anni fa a Hiroshima � ancora fortemente impresso nella memoria di chi ha vissuto quegli attimi tremendi intorno alle ore 8,15 del 6 agosto 1945 e i mesi e gli anni pesantissimi che sono seguiti. Per un giovane, invece, nato quaranta anni dopo e che oggi ha vent�anni, la seconda guerra mondiale, l�attacco di Pearl Harbour, il tremendo bombardamento nucleare, come pure la Shoah che in Europa ha portato allo sterminio di sei milioni di ebrei, sono tutti eventi molto lontani che appartengono alla storia.
Se oggi noi ne parliamo qui � anzitutto per dire, tutti insieme, solennemente, che quel passato ci interessa ancora, che � importante per noi, che non lo abbiamo dimenticato e che non vogliamo dimenticare le vittime dell�olocausto nucleare. Ricordiamo quell�evento come uomini e donne che non possono disinteressarsi dei loro simili, come credenti e come non credenti che non accettano la morte degli innocenti e per i quali la vita umana, qualunque vita umana, � preziosa. In particolare, intorno a questo tavolo sono seduti i rappresentanti delle religioni giapponesi, che come giapponesi portano in modo pi� diretto la memoria di quanto � accaduto e come uomini di religione sono interrogati perch� prendano posizione con chiarezza sull�arma nucleare e sulla guerra in genere.
Ricordare non � mai una scelta scontata o facile: tutti noi vorremmo allontanare i ricordi dolorosi. La memoria di ci� che � accaduto a Hiroshima e Nagasaki � una memoria scomoda che interroga il nostro presente: se noi qui riflettiamo sulla distruzione provocata allora dall�arma nucleare dobbiamo anche chiederci quale uso oggi il mondo fa, vuole fare o pu� fare dell�arma atomica. Se non lo facessimo tradiremmo la memoria delle vittime di Hiroshima e Nagasaki: la loro eredit� coincide infatti con l�impegno ad impedire che quanto � accaduto a loro si ripeta per altri.
Vorrei ricordare l�allarme lanciato da Giovanni Paolo II a Hiroshima nel febbraio 1981:
�Da quel giorno fatale, le armi nucleari sono aumentate nella quantit� e nel potere distruttivo. L�armamento nucleare continua ad essere costruito, collaudato e dispiegato. Le totali conseguenze di una guerra nucleare su vasta scala � impossibile prevederle, ma anche se dovesse essere impiegata solo una parte delle armi disponibili, ci si deve chiedere se la completa distruzione dell�umanit� non sia una realt� possibile�.
E ha aggiunto, �Ricordare Hiroshima � aborrire la guerra nucleare. Ricordare Hiroshima � impegnarsi per la pace�.
Sono passati quasi venticinque anni e le parole di Giovanni Paolo II sono diventate ancora pi� attuali. Dal 1981, infatti, la situazione si � ancora aggravata. Oltre alle grandi potenze che da anni posseggono l�arma nucleare, come Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, ci sono oggi altri paesi nucleari, come India e Pakistan, mentre le preoccupazioni del mondo si concentrano su Nord Corea e Iran, per i quali la bomba nucleare � a portata di mano e su molti altri in condizioni simili. Ma non ci sono solo gli Stati nucleari: con la diffusione delle conoscenze tecnologiche necessarie, la costruzione di una �piccola� bomba nucleare � a portata di gruppi terroristici o criminali.
Sono pericoli gravissimi e spesso sottovalutati: il rischio che qualcuno usi l�arma nucleare � aumentato molto, invece di diminuire, e non sono in atto, a livello diplomatico internazionale, azioni efficaci per fermarlo. Nello scorso mese di maggio, a New York, le trattative per riprendere il percorso della Non Proliferazione Nucleare e per il disarmo nucleare sono fallite e non si sa come riprenderle. Gli Stati e i governi sono deboli davanti al pericolo nucleare perch� prigionieri di una contraddizione profonda: come impedire ad altri di produrre l�arma nucleare se non si distruggono le proprie, come diffondere l�allarme per il pericolo nucleare se anche governi importanti contemplano la possibilita di usarla in �caso di necessit��?
Contro il nucleare non bastano i governi, non basta la diplomazia internazionale, deve nascere una nuova iniziativa dal basso. Lo scorso 6 agosto ero a Hiroshima, perch� la Comunit� di Sant� Egidio � stata invitata dal sindaco di Hiroshima a partecipare ad una grande assemblea di sindaci di tutto il mondo contro il pericolo nucleare. I sindaci sono pi� sensibili a questo problema di quanto lo siano i governi, perch� i sindaci rappresentano la gente delle loro citt� e ne condividono preoccupazioni e speranze. Ricordo con quanto impegno un credente, un grande sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, si � battuto contro il nucleare e contro la guerra. Gli uomini e le donne di tutto il mondo non vogliono che si ripeta l�olocausto nucleare, ma spesso questa volont� non emerge con sufficiente chiarezza ed � molto importante che anche le religioni diano voce a questa volont�.
C�� bisogno infatti che riprenda una grande mobilitazione nel mondo contro il pericolo nucleare. Ma questa battaglia non pu� essere condotta isolatamente. Non basta dire: fermiamo l�arma nucleare se poi si continuano a produrre altre armi, non basta dire evitiamo la gurra nucleare se intanto si continuano a fare altre guerre. Tutto si collega e tutto si tiene. Nella cerimonia di apertura di questo incontro, il prof. Andrea Riccardi ha ricordato l�olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki ma ha anche richiamato l�attenzione sul terribile massacro di Nanchino del 1937 operato da truppe giapponesi a danno della popolazione cinese. Molte volte nel XX secolo si sono riprodotti questi �circuiti di violenza�: in poco tempo, gli aggressori sono diventati vittime e viceversa.
L�uso �limitato� o �chirurgico� della violenza � un�illusione e l�arma nucleare � il simbolo della violenza che caratterizza inevitabilmente, presto o tardi, le guerre del nostro tempo: una violenza sempre pi� imprevedibile, incontrollabile, incontenibile. Perci�, la battaglia contro l�arma nucleare si inserisce in un�altra battaglia pi� grande e pi� profonda: la battaglia per costruire la civilt� del convivere. Convivere vuol dire non uccidere, accettare l�altro e farsi acettare da lui, accoglierlo e farsi accogliere: � il contrario della guerra, � il contrario della distruzione che nel 1945 pochi uomini portarono con un aereo tra la popolazione di Hiroshima. La civilt� del convivere non � una civilt� fra le altre, non esprime una cultura escludendo le altre, non implica l�egemonia di alcuni su altri: la civilt� del convivere � l�unica grande civilt� che attraversa e fonda tutte le altre. Gli uomini di religione, pi� di altri, sono chiamati a costruire questa civilt� trasversale.