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Domenica 11 Settembre 2005 -  Basilique de Fourvi�re
Liturgia Eucaristica

 

Philippe Barbarin
Cardinale, Arcivescovo di Lione, Primate di Francia

Noi accogliamo come uno sguardo affettuoso della Provvidenza all�inizio di questo evento che ci raccoglie, il Vangelo di questa domenica, tratto dal capitolo 18 di San Matteo. Ges� sa come sar� difficile per i suoi discepoli vivere nella comunione fraterna. E lungo tutto il capitolo spiega che l�unit� della chiesa sar� ferita da scandali inevitabili. Ci chiede, quando una pecora si smarrisce, di avere il coraggio della correzione fraterna. Ci invita a riunirci in suo nome nella preghiera � e non � quello che noi facciamo in questo momento? Quale conforto saper che lui allora ci assicura della sua presenza: �Io sono in mezzo� a voi!

Infatti questa logica della comunione, che � il fondamento della vita della Chiesa, rischia di portarci molto lontano. Pietro ha fiutato la difficolt�, e osa presentare la sua obiezione a Ges�: con il pretesto del perdono noi lasceremo l�altro calpestarci e ricominciare allegramente �fino a sette volte�, in tutta impunit�? E� ben necessario stabilire dei limiti!

Ecco giustamente quello che Ges� rifiuta: niente calcoli nel perdono perch� �la misura dell�amore � amare senza misura�. Forse voi penserete che � un�imprudenza, financo una follia, ma questo � certo il prezzo da pagare, l�atteggiamento da adottare risolutamente perch� la comunione fraterna sia possibile.

Ges� elabora allora una parabola strana. Un uomo doveva al suo re una somma inimmaginabile: diecimila talenti (1). Per una semplice richiesta da parte sua �Abbi pazienza con me e ti restituir� ogni cosa�, il maestro annulla il suo debito. Ora, questo poveretto non � capace di rinunciare a una somma irrisoria che altri gli debbono. Certo questo � triste. Come avere il cuore cos� duro quando si � goduto di una generosit� insperata? Ma quello che � ben pi� temibile � la conclusione della storia, dove la cattiveria di quel servitore si ritorce contro di lui. E il Signore dice: �Cos� anche il mio Padre celeste far� a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello�.

Qui il pensiero va al momento in cui Ges� ha insegnato il Padre Nostro. Si rende conto che la domanda che porr� dei problemi reali � la quinta: �rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori�. E� infatti la sola che lui subito commenta: �Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdoner� anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini...�

Il perdono, noi lo sappiamo, � la meraviglia e la pietra di inciampo del cristianesimo. Accettare che delle mostruosit� � diecimila talenti � ci siano perdonate da Dio e essere incapaci di perdonare �di cuore� le punture di spillo � i cento denari � con cui gli altri ci hanno ferito, denota veramente un comportamento assurdo. E invece � l�esperienza che viviamo. Per questo l�insegnamento di Ges� in tutto questo capitolo e soprattutto in questa parabola energica, � un prolungamento molto utile del commentario al Padre Nostro.

Non perdiamo di vista il contesto eccezionale nel quale noi oggi ascoltiamo il Signore che ci spiega questa sfida della comunione. E� chiaro che dopo le discussioni teologiche e gli incontri fraterni e spirituali ai quali il movimento ecumenico � per la nostra grande gioia � ci ha abituato da qualche decennio, la chiave del ritrovarsi, che tutti i battezzati desiderano cos� ardentemente, si trova nel perdono. Io immagino che i cristiani delle altre chiese non sono pi� a loro agio dei loro fratelli e sorelle cattolici davanti alle prospettive abissali che l�insegnamento di Ges� ci apre. E allora, non c�� alternativa. I cento denari, queste ferite che ci siamo inferti nel corso della storia, devono certo scomparire quando noi pensiamo ai diecimila talenti della Redenzione, dove Ges� ci ha amati fino all�estremo, fino alla follia.

L�incontro che noi vivremo questi giorni a Lione, con i nostri fratelli maggiori, gli ebrei, con i musulmani e gli operatori di pace delle grandi religioni del mondo, rende il nostro compito ancora pi� indispensabile. E� per l�amore che noi avremo gli uni per gli altri che tutti ci riconosceranno come suoi discepoli. Dobbiamo tornare e restare nell�unit� del Padre e del Figlio, perch� il mondo creda che Ges� � l�inviato del Padre (cfr. Giovanni 13,35 e 17,21).

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