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Domenica 11 Settembre 2005 -  Auditorium Maurice Ravel
Assemblea d�Inaugurazione
�Il coraggio di un umanesimo di pace�

 

Andrea Riccardi
Fondatore della Comunit� di Sant�Egidio

Sono passati quattro anni dal terribile 11 settembre 2001. Qualcuno ha scritto che quel giorno ha cambiato in profondit� il mondo. Altri ne hanno parlato come dello svelamento di un inevitabile conflitto tra civilt� e religione. Insomma un segnale di guerra per il secolo appena aperto. Quell�11 settembre resta la data pi� tragica di questo nostro inizio di secolo. E� stato un segnale sinistro, confermato da tanti fatti dolorosi. Non siamo, per�, qui soltanto per commemorare quella data, ma per guardare allo spirito e alla realt� del nostro tempo.

E� cresciuta, tra mondi e religioni, una diffidenza: terreno pericoloso per chi vuole allargare i fossati, usare le religioni per combattere, dominare attraverso la morte e la violenza. Simboli e motivi religiosi sono utilizzati in queste campagne. Il terrorismo, internazionale e locale, rafforza la diffusa paura dell�altro. Spesso sembra realista dire che lo scontro, violento o culturale, sia inevitabile. Appare coraggio; ma � paura in un mondo disumano. C�� troppa paura. La violenza non � coraggio.

Milioni di donne e di uomini, ansiosi in un mondo con aspetti di disumanit�, cercano un�anima per il nostro tempo. Sono capaci di rispondere con un grande slancio: come si � visto all�inizio del 2005 con la vasta solidariet� per i colpiti dallo Tsunami o, oggi, con la tragedia che ha colpito New Orleans. La gente cerca un�anima. Le religioni hanno una grande responsabilit� e hanno grandi tesori di fede, di spiritualit�, di sapienza. Ognuna �ben lo sappiamo- ha il suo modo e la sua tradizione nel vivere questa responsabilit�.

Eppure gli uomini e le donne del nostro tempo sono contenti di vedere gli uomini di religione, i responsabili, gli uni accanto agli altri. Si dicono: �non volete la guerra tra voi�, �Dio non vuole la guerra, ma la pace�, �non benedite i muri e i fossati che si aprono tra i popoli�. Non si tratta di una fotografia ad effetto, ma di un�immagine densa di significato. Ed io, a nome della Comunit� di Sant�Egidio, ringrazio tutti voi, responsabili religiosi, di aver accettato di venire qui, di essere con gli altri, di ascoltare, di discutere, di pregare. Lione, in questi giorni, diventa un luogo alto, non solo in Francia: qui, con voci differenti e in nome di tradizioni e spiritualit� differenti, si dice che la pace � santa, la pace � il nome di Dio. Si dice che la pace d� un�anima al nostro tempo e aiuta a ritrovare l�anima.

Ringrazio, allora, il card. Barbarin e la Diocesi di Lione, per aver accolto con entusiasmo questa iniziativa e averla sostenuta. Mi permetto di salutare i miei amici di Sant�Egidio da vari paesi d�Europa e del mondo, che sono qui come volontari per organizzare e come appassionati testimoni di questo incontro.

Sono grato alle Autorit� del Comune, del Dipartimento e della Regione, perch� senza il loro contributo generoso e intelligente non sarebbe stato possibile questo incontro. La Repubblica francese, qui rappresentata dal Signor Ministro dell�Interno che ci fa l�onore d�intervenire, ha facilitato e sostenuto l�iniziativa. Questa avviene nell�anno centenario delle leggi laiche. Allora �come scrive Emile Poulat- due France si opposero; oggi, una Francia al plurale, in nome della libert� e della laicit�, si fa accogliente verso leader religiosi di tutto il mondo. Questi leader dialogheranno anche con significativi rappresentanti del pensiero umanista e laico. Quello che oggi avviene a Lione corrisponde alla sua natura di alto luogo del cattolicesimo francese, aperto all�universale, ma anche di alto luogo del pensiero umanista.

La presenza di tanti, che rappresentano il sentire religioso di popoli, � un�immagine densa di promettente significato. I leader religiosi, qui convenuti, non parlano solo della loro fede, ma fanno memoria del dolore dell�umanit�. Non dell�odio come tanti, ma del dolore. Tanti sono stati i dolori del Novecento. Non provo nemmeno a farne un elenco. Lo studioso americano, Rudolph Rummel, ha affrontato la realt� dell�omicidio di popolo (�demomicidio� secondo la sua espressione): ha calcolato 170 milioni d�esseri umani uccisi nel XX secolo, in gran parte dalla violenza di Stato. Novant�anni fa, � stato compiuto il genocidio degli armeni e dei cristiani nell�impero ottomano, il cui dolore si ritrova ancora impresso nel canto della Chiesa armena, di cui salutiamo Sua Santit� il Catholicos. Sessant�anni fa, � stato liberato il campo della morte di Auschwitz, abisso che ha divorato il popolo ebraico e tanti altri. Sessant�anni fa, a Hiroshima, � avvenuta la prima distruzione atomica, frutto di una guerra folle in Asia, segnata da tanti massacri tra cui quello orribile di Nanchino.

Il dolore unisce gente di religione diversa nella compassione. Lo ha fatto nella dura vita del gulag o del lager. L� sono nati ecumenismo e il dialogo. Il dolore ha avvicinato i credenti che, prima, si guardavano con diffidenza od ostilit�, talvolta attratti dalle logiche della contrapposizione. Il credente non chiede a chi soffre quale sia la sua religione o la sua nazione: ma vede in lui la creatura di Dio.

Nel 1986, con la semplicit� intuitiva dei grandi spirituali, Giovanni Paolo II invit� ad Assisi, in Italia, sul colle di San Francesco, i leader delle religioni mondiali. Fioriva allora un segno, indicatore per il nostro tempo. Chiese ai credenti di stare gli uni accanto agli altri nella preghiera, non pi� gli uni contro gli altri. Propose il legame tra la forza debole della preghiera e la pace. Lo ricorda bene il card. Etchegaray, che fu protagonista di quell�evento. Giovanni Paolo II, in quel 1986, varc� la soglia della sinagoga di Roma, per la prima volta. Lo abbiamo visto poi a Gerusalemme, a Yad Vashem, al Muro del Pianto, alla moschea di El Aqsa. Fu a Damasco nella moschea degli Omayaddi, uno dei primi luoghi di preghiera dell�islam. Entr� nei luoghi santi dell�Asia. Le soglie di quei luoghi non erano pi� frontiere, ma porte di amici per chi veniva nel nome della pace. Giovanni Paolo II ha creduto alla forza mite delle correnti di spiritualit�, di pace, di fede che scuotono il mondo dal di dentro. Questo era lo spirito di Assisi.

Tutti abbiamo un gran debito verso Giovanni Paolo II, padre dello spirito di Assisi. Lo dico a nome della Comunit� di Sant�Egidio, nata a Roma nel 1968 ed ora in una settantina di paesi del mondo: anche noi abbiamo un gran debito verso questo papa, che consideriamo un padre. Egli, profondamente convinto della verit� della sua fede, � stato un uomo di dialogo e di pace. Ha scritto: �invece di meravigliarci che la Provvidenza permette una tanto grande variet� di religioni, ci si dovrebbe piuttosto stupire dei numerosi elementi comuni che in essi si riscontrano�. Giovanni Paolo II ha pi� volte incoraggiato Sant�Egidio a continuare questo spirito di Assisi, che � amicizia e pace nella diversit�. Tante volte ci ha detto che era la nostra strada. Ma che era anche la sua.

La differenza non si pu� risolvere in conflitti. Non crediamo ad una conciliazione piacevole, ad un relativismo a buon mercato, a creare verit� buone per tutti in laboratorio. Conosciamo le differenze profonde. Anzi, nel contemplare, anche tra noi, le differenze religiose, ne capiamo la lezione: non c�� niente in questo mondo, nemmeno una religione, che possa essere egemonica. Non una cultura, non un paese, non una civilt�, non una religione, non un�ideologia: niente pu� essere egemonico. Questo nostro mondo, nonostante la globalizzazione, � profondamente al plurale. Siamo tanti e diversi.

Il nostro mondo ha bisogno del realismo del dialogo, come arte del fare la pace e del vivre insime. Saluto il Presidente della Repubblica del Mozambico, Armando Emilio Guebuza, un uomo che ha avuto il coraggio del dialogo per far uscire il suo paese da una guerra civile che lo strangolava. Abbiamo lavorato con lui, per pi� di due anni, come Comunit� di Sant�Egidio, per la pace attraverso il dialogo. Oggi, il Mozambico, nella pace ritrovata e nella libert� democratica, raggiunge positivi traguardi. Il Mozambico offre una lezione sul valore dell�arte del dialogo per costruire la pace. Ma anche offre una lezione sulla capacit� di collaborare con tutti per realizzare una vita migliore della sua gente. Oggi, nella cura all�AIDS e nella nostra variegata presenza nel paese, ci sentiamo accanto a questo popolo dalla grande resistenza e dalle grandi risorse.

Il dialogo � il riconoscimento delle diversit�, non sempre facili, talvolta dolorose e da accettare. Nessuna egemonia anche nel mondo globalizzato: siamo tanti e diversi, ma dobbiamo vivere insieme. Ci sono due vie: quella folle di piegare le diversit� e di combatterle o quella saggia di accoglierle in una visione vasta e pacifica del mondo. Spesso i terribili semplificatori (e con loro i media) ci mostrano un mondo ridotto a scontri di civilt� e religione. Ma non � cos�. Siamo tutti legati in profondit�, anche se diversi. Un tessuto culturale e spirituale meticcio ci abbraccia, anche se differenziati nella nostre identit�. Essere se stessi, fedeli alla propria fede, non contraddice la ricerca di dialogo. E� essenziale il dialogo tra i credenti. Ma lo � pure quello tra credenti e umanisti.

Un grande romanziere francese, laico, nato in Algeria, Albert Camus, in un colloquio con i religiosi cristiani diceva loro: �il mondo ha bisogno di vero dialogo, �il contrario del dialogo � la menzogna come il silenzio, e� non c�� dialogo possibile che tra gente che resta quella che � e che parla sinceramente. Questo mi fa dire �era rivolto lui laico ai cristiani- che il mondo d�oggi reclama che i cristiani restino cristiani�. Il dialogo chiede che i credenti siano veri credenti.

Le religioni, che partono da una irriducibile verit�, possono dare un�anima ad una societ� che la perde spesso nella contrapposizione e nell�odio. Lo fanno in un modo tutto particolare. Hanno una via: parlare al cuore dell�uomo: �Cominciare da se stessi: ecco l�unica cosa che conta�� �ha scritto Martin Buber, per cui chi comincia da s� e dal proprio cuore pu� sollevare il mondo. E� vivere la propria vita disarmati, ma ancorati alla fede: lo ha fatto fr�re Roger di taiz� che, sazio di anni, si � visto portare via la sua vita mentre pregava. Le religioni non sono portatrici d�ideologie, ma di spiritualit�. Un grande spirituale russo, San Serafino di Sarov, affermava: �acquista la pace in te e migliaia la troveranno attorno a te�.

La dimensione personale e spirituale � ineliminabile. Se la si sopprime, muore qualcosa nell�uomo. I grandi processi politici, quelli totalitari, hanno piegato o eliminato gli uomini per realizzare il loro paradiso sulla terra. Ma non si fa la storia senza far i conti con gli uomini, calpestando il valore della loro vita. Il nostro tempo � caratterizzato da una profonda rivoluzione culturale: in meno di mezzo secolo ci sono stati balzi in avanti prodigiosi, come l�alfabetizzazione, o la partecipazione di milioni d�uomini alle passioni politiche degli Stati usciti dalla decolonizzazione. Gli uomini e le donne, alfabetizzati, oggi in rete, contano pi� di ieri e vogliono esistere come soggetti.

Siamo in un tempo di concentrazione di poteri forti, in cui una gran parte di Stati non contano nulla. E� vero. Ma, d�altra parte, i singoli possono contare. Possono in maniera negativa e detestabile. Il terrorismo e le guerriglie ci mostrano come pochi possono destabilizzare interi paesi, addirittura il mondo. Bisogna allora parlare agli uomini, a questi uomini del XXI secolo, che si sentono protagonisti del loro tempo. Un uomo pu� perdere il mondo, ma pu� anche salvarlo.

Le religioni parlano agli uomini e alle donne in un modo personale e spirituale. Sono anche reti di cuori e di esistenze. Parlando del messaggio di Dio, parlano anche di pace, parlano dell�altro, di colui che � diverso. Ma occorre coraggio!

Questo talvolta manca agli uomini di religione che scambiano la fedelt� con la conservazione spaventata, che sono intimiditi dai poteri o dalle opinioni pi� forti. Non si pu� restare inerti di fronte alla violenza. Occorre il coraggio di una nuova e pi� incisiva riflessione sulla violenza anche tra credenti: �Se insieme �diceva Benedetto XVI ai musulmani a Colonia meno di un mese fa- riusciremo ad estirpare dai cuori il sentimento di rancore, a contrastare ogni forma d�intolleranza e ad opporci ad ogni manifestazione di violenza, freneremo l�ondata di fanatismo crudele che mette a repentaglio la vita di tante persone�. E� una proposta, che raccogliamo anche tra noi a Lione.

Non basta qualche dichiarazione. Bisogna parlare con coraggio al cuore degli uomini e delle donne: bisogna parlare della santit� della pace e della maledizione del disprezzo e dell�odio. Odio e disprezzo arano e preparano i campi dove cresceranno i semi della violenza. Le religioni possono disarmare i cuori, prepararli ad una missione di pace.

Lione oggi, anche per la presenza di tanti uomini e donne di religione, di vari esponenti laici, di personalit� della politica e della cultura, incarna un mondo irriducibilmente al plurale: ma non per questo destinato all�odio o alla contrapposizione. Lione oggi � un alto luogo di incontro tra le diversit� religiose, convinte del messaggio che portano; ma � anche uno spazio privilegiato in cui si sentono i fili che attraversano e connettono i vari mondi: fili spirituali, d�amicizia, del meticciato della culture� fili che abbiamo costruito e rinsaldato in questi vent�anni di dialogo. Le religioni, parlando di pace e del valore della vita, sono una via di umanesimo di pace: quella di una civilt� dove si vive insieme, dove ci si compone nella diversit� in nome di quel valore della pace che � pi� grande di ogni particolarismo.

Non c�� un dogma, non una formula scientifica o ideologica, per indicare questa via del domani: un umanesimo di pace, una civilt� in cui si vive insieme nella diversit�. Niente e nessuno pu� unificare: non con la forza, nemmeno con l�economia, con la potenza culturale. Tutto viene da una convergenza convinta nella libert�. La libert�, quella dei singoli e dei gruppi, � realt� insopprimibile. Un grande studioso dell�islam, che avremmo voluto tra noi, ma � impedito dalla malattia, il tunisino Mohammed Talbi, ha scritto: �Quando si rompono le penne, non rimangono che i coltelli�. L�avventura della libert� non ci terrorizza, perch� sappiamo che i credenti sono portatori di una forza spirituale di amore e di misericordia. Lunga � la strada della composizione delle differenze. Ma � la via della pace. Infatti non c�� umanit� senza pace; e la pace rende questo mondo umano. E la pace � il nome del destino comune degli uomini e dei popoli. Questo ci dicono le grandi tradizioni religiose. Questo sembra suggerirci una ragionevole riflessione sulla storia.

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