Luned� 4 Settembre 2006 -  Santa Maria degli Angeli, Teatro Lyrick
Assemblea d�Inaugurazione

Andrea Riccardi
Comunit� di Sant�Egidio


Signor Presidente della Repubblica del Burkina Faso,

Illustri Rappresentanti delle Chiese, delle Comunit� cristiane, e delle Grandi Religioni del mondo,

Cardinale Poupard, Presidente della nostra assemblea,

Cari amici,

sono contento, commosso, di incontrarci nuovamente ad Assisi tra uomini e donne di religioni e paesi differenti. Ringrazio tutti coloro che ci hanno accolti generosamente, Le autorit� civili. Mi permetto di salutare e ringraziare l�Arcivescovo Domenico Sorrentino, che � per me un caro amico.

Siamo qui dopo vent�anni. Solo per un motivo: semplice e vitale: la pace, per un mondo di pace. �Sentiamo che � comune la sfida di fare crescere un�anima pacifica nel nostro mondo globalizzato� �cos� recita l�appello di Barcellona nel 2001 che esprime il nostro spirito. Non � qualcosa da poco e soprattutto non � oggi scontato.

Sentiamo un compito comune, anche se siamo diversi. Ci incontriamo perch� le distanze tra mondi religiosi e culturali non si allarghino ancora, magari attraverso la pubblicistica dell�odio e del disprezzo. Talvolta si scavano abissi. Ci incontriamo perch� crediamo nel parlare, nell�ascoltare, nel dialogo.

E� quel dialogo che Paul Ricoeur (che ne � stato un paziente maestro) chiama �l�ospitalit� dell�altro con le sue convinzioni�. Non ci si pu� guardare a distanza, in fretta, con lo schermo sfigurante delle semplificazioni, ma bisogna accogliersi, ospitarsi. Ha scritto un cristiano pensoso sul futuro, il monaco Enzo Bianchi: �L�altro non lo si ascolta mai invano, ma occorre lasciarsi incontrare da lui: ascoltare � ospitare l�altro dentro di noi��.

L�incontro, nell�ascolto e nell�amicizia, � espressione di vicendevole ospitalit� in un tempo in cui si scaccia l�altro per paura o si crede di conoscerlo perch� lo si vede da lontano sul piccolo schermo. L�ospitalit� di cui il padre Abramo � simbolo per le religioni monoteistiche: un�ospitalit�, in parte oggi impraticabile nella terra solcata da Abramo, purtroppo al presente travagliata da conflitti che appaiono insanabili da pi� di mezzo secolo.

Assisi � spazio di ospitalit�. Qui un cristiano eccezionale, perch� evangelico, Francesco, fu uomo di pace, quando la guerra era di casa qua attorno, nel Mediterraneo, in Medio Oriente. Fu mite e uomo di preghiera, piccolo concep� un grande disegno di pace sfidando la guerra e la cultura della violenza, allora in auge.

Ad Assisi, vent�anni fa, nel 1986, Giovanni Paolo II invit� i leader religiosi del mondo a pregare per la pace nel ricordo di Francesco: �mai come ora nella storia dell�umanit� �disse- � divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace�. Era una grande visione: evocare la dimensione spirituale irrinunciabile della pace, che tutti interroga e che nemmeno la potenza e la cultura della guerra fredda potevano soverchiare.

Con quell�invito il papa raccoglieva sogni e aspirazioni di tanti, dispersi nella storia del Novecento, spesso umiliati come illusioni tra guerre e passioni violente o nell�impotenza di fronte al male. Sono state le aspirazioni di spiriti grandi e forti, che non dovevano andare perdute. Qui, nel 1986, furono raccolte e riproposte con un gesto semplice e evocativo.

Il papa aveva compreso, nonostante tanta parte del pensiero sociologico le considerasse condannate all�estinzione, come le religioni possono santificare i conflitti, benedire le incomprensioni, fino a motivare la violenza e il terrorismo. Ma anche possono essere preziose risorse di pace. Per questo bisognava stare vicini, tenere fisso lo sguardo a Dio, a Colui che � al di l� di noi.

Era una fredda giornata quel 27 ottobre 1986 e il vento tirava forte sul colle di Assisi. Si comp� allora l�evento religioso pi� partecipato del Novecento. Non si negozi�, non si dibatt�, non si cerc� un accordo confusamente, non si discusse di teologia: si digiun�, si stette in silenzio, in preghiera, in amicizia. Assisi fu preghiera gli uni accanto agli altri, non pi� gli uni contro gli altri come era avvenuto.

Eravamo l�. Alcuni di noi: io stesso, parecchi amici di Sant�Egidio. Il papa disse concludendo: �Insieme abbiamo riempito i nostri sguardi con visioni di pace: esse sprigionano energie per un nuovo linguaggio di pace, per nuovi gesti di pace, gesti che spezzeranno le catene fatali delle divisioni ereditate dalla storia o generate dalle moderne ideologie. � La pace � un cantiere, aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi�.

Da quell�evento si sprigionavano energie per un nuovo linguaggio di pace. E� lo spirito di Assisi. Quel linguaggio che abbiamo provato a parlare anno dopo anno, per vent�anni. Il cantiere aperto non andava abbandonato. Non si poteva chiuderlo, come dopo una bella festa, magari per timore di insuccessi o critiche. Ci si doveva lavorare.

Dopo l�89, quando, finita la guerra fredda, i conflitti si sono articolati, la violenza si � diffusa in modo nuovo, sono apparse gravi minacce terroristiche. Per un attimo la pace � sembrata vicina, ma poi si � smarrita nei meandri di una storia complessa, confusa.

Il cantiere di Assisi apriva varchi in nuovi muri. Almeno. Noi abbiamo voluto continuarlo. Parlo di Sant�Egidio che, con i suoi amici, si presta volentieri �come si vede in questi giorni- a realizzare questo evento e a tenere i fili di un�amicizia senza frontiere nella vita quotidiana. Ma parlo anche di questa carovana di uomini e donne, appartenenti a diverse religioni e laici, i quali hanno creduto in quest�opera di pace, la hanno sostenuta, animata, portata in tante citt� del mondo e che si sentono legati da un comune impegno al di l� delle differenze religiose. A loro dico un grazie convinto, perch� �come mi diceva una volta Giovanni Paolo II (e ce lo ha scritto)- �� grazie a voi che non si � spento lo spirito di Assisi�. S�, grazie a voi non � stato dissipato come una moda che passa, ma � un approdo per chi crede, per chi soffre la guerra.

Da vent�anni, anno dopo anno, ci incontriamo perch� crediamo che la pace sia il futuro e che, allo stesso tempo, nella preghiera ci sia la radice della pace. Quell�immagine del 1986 (i leader religiosi gli uni con gli altri) si � rinnovata e arricchita ogni anno in viaggio per il mondo. Quando parlano di pace le religioni esprimono il meglio di s�.

Ricordo a Varsavia nel 1989, in quel clima teso di un mondo che tremava, le parole memorabili del fragile Pietro Rossano, compianto compagno di questi sogni: �ogni religione quando esprime il meglio di se stessa tende alla pace. Siamo consapevoli che la religione in se stessa � una forza debole. E� aliena dalle armi� Alle molte parole preferisce il silenzio per entrare in se stessi e divenire pensosi. Ma possiede la forza dello spirito che pu� renderla forte��.

A Varsavia e Auschwitz nel 1989, mentre �come ricorda il card. Glemp- il futuro non era ancora chiaro. Tanti incontri: Bucarest nel 1998, che apr� la via al viaggio di Giovanni Paolo II in Romania; a Gerusalemme e in tante altre parti del mondo, anno dopo anno. Vent�anni di incontri, di preghiera, di legami, di azioni per la pace. Si sono liberate energie di pace: si pensi ad alcune storie di pacificazione reali, come quelle in Mozambico.

La sapienza dell�incontro ci ha resi critici sull�uso della violenza per risolvere i conflitti, preoccupati per i troppi odi, per la vicendevole ignoranza, per la teorizzazione dell�estraneit�: ci ha convinti che in ogni modo ci si deve incontrare, per dialogare e tessere una trama di amicizia. Non abbiamo voluto creare un internazionale artificiosa tra le religioni, ma praticare l�arte dell�incontro, un�arte contagiosa.

Qualcuno potrebbe dire �come si ripete ogni giorno con insistenza- che questo rappresenta un�ingenuit� pericolosa di fronte alle minacce belliche e terroristiche: una mitezza irresponsabile. Lo insegna quella cultura del conflitto che impregna tanti ragionamenti dei contemporanei, che spiega il mondo tra fisica della politica e metafisica dei destini: presenta lo scontro e la guerra come fatti naturali della storia, addirittura destino di intere religioni e civilt�. E� una cultura che si presenta come realista, ma � cupamente colorata di pessimismo. E il pessimismo spesso nutre gli istinti peggiori.

Non crediamo a destini inevitabili, non fosse perch� la storia � un mistero, se lucidamente osservata. Non crediamo alla cultura del conflitto, perch� il Novecento ha mostrato come due guerre mondiali, guerre e stragi, la Shoah, rivoluzioni che si volevano creatrici di nuovo, colonialismi che si volevano civilizzatori, abbiano ferito profondamente interi popoli e abbiano rubato milioni di vite umane. In questo ci sentiamo sostenuti dall�esperienza di umanit� del secolo passato, ma anche dall�antica sapienza di pace che si ritrova in tante religioni.

Giovanni Paolo II ha sostenuto e incrementato questa sapienza dell�incontro, che defin� in uno dei diciotto messaggi inviatoci: �un modo nuovo di incontrarsi tra credenti di diverse religioni: non nella vicendevole contrapposizione e meno ancora nel mutuo disprezzo, ma nella ricerca di un costruttivo dialogo in cui, senza indulgere al relativismo n� al sincretismo, ciascuno di noi si apra agli altri con stima, essendo tutti consapevoli che Dio � la fonte della pace�.

Dopo vent�anni non ci sentiamo logorati. Non ci pieghiamo a nuove mode o a nuovi venti bellicosi. Non ci preoccupa la ripetizione dell�evento, di questo evento di Assisi, quando proprio le tradizioni religiose insegnano la via di ripetere e scavare per giungere al cuore. Siamo convinti che la sapienza dell�incontro sia ancora di pi� necessaria oggi, quando questo nostro mondo sembra cercare l�ordine nella cultura del conflitto e nelle scelte che ispira.

Il mondo � complesso: non si pu� ordinarlo e semplificarlo in nemici e amici. Bisogna farne un�esperienza profonda e diretta, se vogliamo restare uomini: cio� incontrare l�altro. Mi diceva ieri con profonda semplicit� l�ayatollah Taskhiri: �L�uomo, quando non sente il bisogno dell�altro, perde la sua umanit�: diventa disumano�. Tutti abbiamo bisogno di incontrare! Il grande patriarca Athenagoras, testimone di tante lacerazioni, alla fine della sua vita, ripeteva dopo aver conosciuto tanti popoli: �Tutti i popoli sono buoni. Ciascuno merita rispetto e ammirazione. Ho visto soffrire gli uomini. Tutti hanno bisogno d�amore. Se sono cattivi, � perch� non hanno incontrato vero amore�. E� una affermazione che possiamo sottoscrivere anche noi, con ancora pi� convinzione dopo vent�anni.

Perch� qui si raccolgono uomini e donne, da diverse tradizioni religiose, differenti storie e culture. Tra di noi � il Presidente della Repubblica del Burkina Faso, che saluto con rispetto: egli rappresenta un paese di felice convivenza tra cristiani e musulmani, ma anche parla qui dell�Africa subshariana. Sempre abbiamo voluto che l�Africa parlasse. La sua marginalizzazione nella vita internazionale � il segno di un mondo che non costruisce la pace. Anzi l�Africa rappresenta allo stesso tempo una grande risorsa per il mondo e un banco di prova per la coscienza internazionale.

Il dolore del mondo ci fa chinare sulle nostre tradizioni religiose alla ricerca di quella ricchezza che il mondo non possiede: il messaggio di pace che invita a spogliarci di ogni sentimento violento e a disarmarci di ogni odio. La mitezza del cuore, la via della comprensione, l�uso del dialogo per la soluzione dei conflitti, sono le risorse dei credenti e del mondo. Lo diceva Benedetto XVI un anno fa a Colonia, parlando con i leader musulmani:

�Non possiamo cedere alla paura e al pessimismo. Dobbiamo piuttosto coltivare l�ottimismo e la speranza. Il dialogo interreligioso e interculturale� non pu� ridursi ad una scelta stagionale. E� infatti una necessit� vitale, da cui dipende gran parte del nostro futuro.�

Il dialogo diventa un metodo e una scelta. La medicina del dialogo permette di guarire tante incomprensioni e conflitti tra i popoli e le religioni. Il dialogo svela che la guerra e le incomprensioni non sono invincibili.

Ne siamo convinti. Per questo siamo qui e continueremo ad incontrarci nel futuro con questo spirito di pace, di collaborazione, di dialogo, convinti che il tessuto comune dell�amicizia trattiene tante energie violente e di male, mentre rinsalda le forze di pace. Cos� si concludeva l�appello firmato a Milano nel 2004 che esprime il nostro sentire: �Innanzi tutto per� dobbiamo riformare noi stessi. Nessun odio, nessun conflitto, nessuna guerra trovi nelle religioni un incentivo. La guerra non pu� mai essere motivata dalla religione. Che le parole delle religioni siano sempre parole di pace!�

E� questa la nostra speranza, a cui portiamo l�apporto della nostra fede e della nostra convinzione. Per questo vi ringrazio.

Copyright � 2006 Comunit� di Sant'Egidio