Luned� 4 Settembre 2006 -  Santa Maria degli Angeli, Domus Pacis, Sala Perfetta Letizia
Civilt� del convivere in un tempo di guerra

Jean-Arnold de Clermont
Presidente della Conferenza delle Chiese d�Europa (KEK)


C�� una parola che trovo sempre pi� fastidiosa; � usata molto spesso nel linguaggio politico per esprimere le aspettative nei confronti delle religioni: � la parola �tolleranza�.

Forse ci� deriva dalla storia del mio paese, dal culto protestante al quale appartengo; l��Editto di Tolleranza� del 1787 faceva cessare, dopo un secolo, il divieto di professare il culto protestante in Francia, ma autorizzava solamente il culto privato; il protestantesimo non poteva avere luogo di culto n� visibilit�.

Proprio questo non mi piace della parola �tolleranza�. Si tratta di un atteggiamento �al ribasso�; poich� non posso escluderti, ti tollero; poich� esiste una dottrina dei diritti dell�uomo, devo accettarti; poich� c�� uno sguardo esterno su quello che faccio, mi allineo sullo standard minimo nel mio atteggiamento nei tuoi confronti� Ecco la �tolleranza�. Essa non tocca le mie convinzioni; instaura una coabitazione imposta da una legge che non ha bisogno del mio consenso.

Inoltre, non appena il mondo avr� voltato le spalle, non appena gli sguardi saranno rivolti a situazioni pi� gravi, potr� gettare la tolleranza alle ortiche�

Quando la politica si congratula per lo spirito di tolleranza portato dalle religioni, semplicemente non si fida, o non spera niente da loro.

Una civilt� della tolleranza � una civilt� costruita su un campo minato: quando l�attenzione cala, le mine esplodono.

La civilt� del convivere richiama due atteggiamenti che la tolleranza non conosce: il rispetto e la giustizia.

Il rispetto � l�accettazione dell�altro come un altro me stesso:

- nelle sue origini, partecipe della medesima umanit�; figlio di uno stesso creatore; guardato con amore dallo stesso Dio d�amore

- nelle sue aspirazioni, di una vita felice e pacifica anche se queste aspirazioni hanno forme diverse dalle mie.

Il rispetto dell�altro va considerato come essenziale per un vero dialogo interreligioso; consiste nel fidarsi dell�altro al punto di pensare che il suo cammino mira come il mio a far posto a Dio nella sua vita.

Allo stesso tempo, ci� significa che io ho fiducia che Dio si avvicina all�altro come si avvicina a me, per vie differenti da quelle che conosco io e che Egli mi ha rivelato.

Questo � il rispetto dell�altro che, proprio qui, Giovanni Paolo II ha affermato 20 anni fa.

Ma il rispetto dell�altro esige la giustizia perch� si possa stabilire una vera convivenza. Mi � molto facile rispettare l�altro a distanza, unicamente attraverso considerazioni umanistiche, filosofiche o religiose.

Ma quando l�altro � vicino a me, tali considerazioni sono messe alla prova dalla vita quotidiana e dalla giustizia dei nostri rapporti. Appartenere alla medesima umanit� implica che noi abbiamo gli stessi diritti e gli stessi doveri.

Avere il medesimo creatore implica che io e lui siamo degni della stessa considerazione; essere rispettati nelle nostre aspirazioni implica che io e lui abbiamo le stesse libert�.

Permettetemi di illustrare quanto detto con due esempi.

� Sono appena tornato dopo aver trascorso alcuni giorni a Beirut e Gerusalemme, appena prima e subito dopo il cessate il fuoco. Dovevo incontrare i responsabili religiosi per manifestare loro compassione e fraternit� a nome della comunit� ecumenica, e per ascoltarli. I due valori del rispetto e della giustizia erano nel cuore delle loro preghiere e delle loro attese. Dicevano tutti con forza che non c�� pace possibile in Medio Oriente se non nel rispetto gli uni degli altri, Ebrei, Musulmani e Cristiani.

Ma ci ponevano, con altrettanta forza, delle domande:

- Quanto tempo ci vorr� perch� i bambini traumatizzati dalla guerra imparino a rispettare quelli che li hanno aggrediti?

- Avete un doppio standard di giustizia, visto che i vostri media occidentali passano sotto silenzio il rapimento di oltre un terzo dei deputati palestinesi regolarmente eletti e non dimenticano invece di sottolineare lo scandalo per il rapimento dei soldati israeliani?

La giustizia condiziona la capacit� di rispettare l�altro.

Rispetto e giustizia sono i pilastri del convivere.

� Un ultimo esempio si riferisce ad un argomento che occupa un discreto spazio nelle relazioni delle Chiese con il governo francese. Mi riferisco alle migrazioni, che interessano 200 milioni di persone nel mondo (l�equivalente della popolazione del Brasile�)

Come prendere sul serio chi afferma di poter arginare il fenomeno? sarebbe come credere che possano fermare le maree�

Al contrario, � nostro dovere ricordare che il rispetto dell�altro esige che l�immigrato sia trattato come chiunque altro, e la giustizia consiste nel considerarlo un potenziale partner dello sviluppo comune del nostro mondo. Cos�, concentreremo i nostri sforzi non sulla repressione ma sui mezzi da mettere in pratica affinch� egli possa scegliere di non lasciare il proprio paese costretto da motivi politici, religiosi o economici.

Le esigenze del rispetto e della giustizia sono certamente pi� grandi di quelle della coercizione o della repressione, e sono le sole che possiamo sostenere.

Potrei fare altri esempi, ma per rispettare il tempo a me assegnato, mi limiter� a poche frasi.

La tolleranza pu� essere una tappa, magari la prima, uscendo da un conflitto; le circostanze, le pressioni esterne, il semplice buon senso portano ad essa; a volte fin troppo lentamente�

Ma la tolleranza � una condizione instabile; non appena perde la sua ragion d�essere il conflitto riemerge all�improvviso.

Solo il rispetto dell�altro e la ricerca della giustizia nei suoi riguardi permettono di costruire una condizione di pace e giuste relazioni, a immagine di quelle che Dio ha stabilito con noi.

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