Martedì 5 Settembre 2006 -  Piazza di San Francesco
Cerimonia Finale

Andrea Riccardi
Comunità di Sant’Egidio


Signor Presidente della Repubblica,
Illustri Rappresentanti delle Chiese cristiane e delle Religioni mondiali,
cari amici,

la ringrazio, Signor Presidente, di essere qui tra noi.

Ringrazio coloro che hanno accolto questo incontro, le Autorità, il Vescovo di Assisi. Ringrazio quei tanti, cari amici, che hanno collaborato con il loro lavoro amichevole e volontario alla realizzazione di questo clima di dialogo, per cui Assisi è divenuto un luogo alto di pace. Proprio qui dove il grande Giovanni Paolo II, vent’anni fa, invitò i leader religiosi del mondo e propose loro il suo sogno di pace.

La pace può sembrare oggi un sogno da illusi. Così appare sugli scenari mediorientali e non da oggi. Così in gravi conflitti africani. Anche in alcune società dove non c’è pace sociale e dove i vari gruppi si difendono in spazi chiusi. I disegni terroristici vogliono mostrare la pace come un sogno impossibile, alimentando l’insicurezza e la paura di un nemico senza volto.

La pace –viene detto- è un sogno di gente incapace di guardare in faccia la realtà. Lo ricordano la predicazione e la pubblicistica dell’odio e del disprezzo che si dicono veritiere perché allarmanti. Si afferma che il conflitto viene dalla natura di alcune civiltà e religioni: è il loro destino, quindi alla fine il futuro di tutti.

Dopo la crisi delle ideologie, il fallimento di tante utopie, c’è come una reticenza, un profondo timore a pensare un mondo, dove la pace e una maggiore giustizia siano possibili. C’è il timore di non essere realisti, quasi si divenisse indifesi di fronte a un mondo ostile.

Si rinuncia a pensare a un mondo più giusto. Questo vale soprattutto per l’Africa. L’emigrazione, che bussa alle porte dell’Europa, non si ferma alla frontiera, ma esprime la crisi del mondo africano. E’ lì che si deve intervenire prima di tutto.

Sono problemi evocati, tra l’altro, in questi giorni. Ma non di questi parlerò.

Intendo solo affermare che i conflitti non sono un destino metafisico. Ci sono responsabilità politiche, culturali, di uomini, che preparano i conflitti, che scavano abissi e lasciano incancrenire le guerre. Anche le religioni possono farsi trascinare nella logica della guerra, sacralizzare gli odi, benedire le armi. E’ la terribile responsabilità umana.

Ma i conflitti non sono un destino. Da questi giorni di dialogo tra gente di diversa religione, di cultura differente, di paesi lontani, talvolta senza rapporti tra di loro, emerge un messaggio di pace: prima di tutto spirituale ma che coinvolge l’uomo e la donna nella loro interezza.

Questo messaggio si fa colloquio, dialogo con l’altro, quello di una diversa religione, di un mondo diverso, finanche ostile. Ricorda che la pace è il nome di Dio e che Dio non vuole la guerra. Quando le religioni parlano di pace esprimono il meglio di sé, con una vibrazione profonda che richiama qualcosa al di là di loro.

Nella lettera inviata a questo convegno, Benedetto XVI ha affermato: “la pace va costruita nei cuori. Qui infatti si sviluppano sentimenti che possono alimentarla o, al contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla. Il cuore, pertanto, è il luogo degli interventi di Dio”. Grande compito delle religioni è costruire la pace nei cuori. Per esse la pace, anche nel mezzo della guerra, resta un’aspirazione irrinunciabile, il sogno di un mondo finalmente umano. La politica, la cultura, le relazioni tra popoli come la vita quotidiana, hanno bisogno di spirito, di soffio: di sogni di pace, della prospettiva di un futuro migliore e più giusto da costruire.

Le religioni hanno affratellato popoli diversi. Possono continuare a farlo e a farlo su più ampi scenari, con braccia più larghe. Oggi la pace ha bisogno che si impari a vivere insieme tra gente diversa. Ovunque c’è questa sfida: o vivere insieme nel rispetto della libertà altrui, oppure scivolare, attraverso una cultura del conflitto, in veri e propri scontri. Tanti, troppi, giocano d’azzardo sulle differenze…

Ma le donne e gli uomini di religione, raccolti ad Assisi, hanno espresso la volontà di rifiutare questo gioco al nemico, di costruire il dialogo, di estinguere gli odi. Essi operano non per l’affermazione dell’una o dell’altra civiltà, ma per una nuova civiltà: quella del vivere insieme tra culture, religioni, popoli differenti.

La preghiera di questa sera è stata compiuta in luoghi differenti, perché diverse sono le religioni; ma non è avvenuta gli uni contro gli altri, nemmeno gli uni, ignorando gli altri. Ora, convergendo qui, i credenti mostrano come la preghiera non divide, ma unisce e, a tutti, ricorda che, in quanto donne e uomini, siamo fratelli e sorelle, e che hanno un comune destino, il cui nome è la pace.

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