Comunità di S.Egidio


Patriarcado
de Lisboa


26 settembre 2000 - ore 9.00
Centro Cultural de Bel�m - Pequeno Auditorio
Tavola Rotonda
Una nuova cultura della convivenza

Jordi Pujol
Presidente della Generalitat Catalunya, Spagna

 

Io rappresento un paese, la Catalogna, che la geografia e la storia, nei mille anni della sua esistenza, hanno sempre obbligato a fare uno sforzo di convivenza e di apertura. Solo nelle epoche di decadenza, quando non sent� di avere le forze per mantenere il dialogo e il contatto con altri popoli, ha cercato di salvare la sua identit� chiudendosi in se stesso. Ma fortunatamente questi periodi non sono n� i pi� lunghi n� i pi� significativi della nostra storia. Tuttavia non � una questione di fortuna la nostra situazione attuale.
Siamo una paese che per alcuni secoli ha avuto una frontiera con l'Islam molto permeabile. Una delle vie principali di penetrazione della cultura araba, che allora era pi� brillante di quella dell'Europa cristiana, � stata la Catalogna, e soprattutto attraverso i luoghi monastici e le cattedrali di Barcellona, Vic e Ripoll. E' bene ricordare questo proprio adesso che si commemorano mille anni di Papa Silvestro II, ossia, il monaco Gerbert, nato a Occitania ma che proprio a Ripoll e a Barcellona ha ricevuto le conoscenze scientifiche di origine araba che gli hanno conferito una personalit� unica e una influenza eccezionale in tutta Europa.
In seguito la Catalogna ha vissuto molto intensamente i conflitti religiosi del sec. XIII. E ha dato figure di mentalit� molto universalista, come Ramon Lull, che innanzitutto ha cercato di stabilire ponti fra il Cristianesimo e l'Islam. Nonostante ci� la Catalogna ha conosciuto anche una manifestazione di antisemitismo violento nel 1391. E ha sempre vissuto fra l'influenza culturale e politica spagnola e francese, e di fronte alle due ha dovuto difendere la sua identit� culturale, la catalana. Ed � sempre stata un paese di passaggio. Non � stato un territorio protetto dalla geografia, n� dalla demografia. E' stato un paese obbligato ad aprirsi a diverse onde migratorie, dal Sud della Francia prima, dal resto della Spagna poi, e in misura molto grande, e in questi tempi dal nord Africa e dall'Africa sub-sahariana. E ha sempre dovuto conciliare l'arrivo di nuove persone, di lingua, valori e costumi differenti -e ora di religione differente- con la sua identit� evitando la frattura sociale e umana del paese. Infine voglio ricordare che, durante tutta la nostra storia, abbiamo fatto parte di unioni politiche maggiori del nostro ambito territoriale, politico, linguistico e culturale, e che pertanto, abbiamo sempre dovuto difendere formule di coesistenza che tenessero conto delle differenze. Cos� � stato durante il Medio Evo con la struttura di fatto confederale del Regno di Aragona, e lo stesso cerchiamo di fare oggi con la struttura statale spagnola.
Se vi spiego tutto questo � semplicemente per contribuire con una esperienza personale -e anche collettiva, quella di tutta la Catalogna- che dice che la convivenza � possibile, e che l'unico modo valido � rispettare i valori delle diverse personalit� che convivono. Spesso all'origine del vivere insieme non c'� stato un atto di volont�, l'ingresso non � stato desiderato, o addirittura � stato temuto. Infatti, parlando concretamente dell'immigrazione, si pu� dire che inizialmente non � desiderata n� da chi emigra n� da chi la riceve. Ma lo sforzo di dialogo, di rispetto e di comprensione rendono possibile la convivenza.
Portare questa esperienza non significa dare un contributo molto importante a questo Convegno di Studio. Ma ho osato farlo perch� nel cuore dell'Europa, senza andare molto lontano da qui, durante l'ultima decade del secolo XX abbiamo vissuto terribili casi di mancanza di convivenza. Per motivi religiosi, linguistici, culturali e di memoria storica male utilizzata. La Catalogna probabilmente � un paese dove le cose sono molto pi� facili rispetto a molti paesi balcanici, e anche a tutta la Spagna, e pertanto � possibile che il merito sia relativo. Ma ci� non toglie che sicuramente abbiamo dovuto fare ripetuti sforzi di convivenza, superando, e ritengo superando bene, tensioni linguistiche, ricordi di una guerra civile selvaggia, problemi derivati da immigrazioni massicce -e oggi nuovamente abbiamo questo problema questa volta per giunta con connotazioni religiose-. Per questo, con tutta modestia, ho parlato dell'esperienza del mio paese.
A partire da questa esperienza, quali conclusioni traggo riguardo ai meccanismi e alle attivit� che favoriscono la convivenza?
Personalmente ritengo che, partendo da quella che potremmo chiamare una dottrina personalista, � necessario collocare la persona concreta al di sopra qualsiasi altra considerazione. E della persona ci� che � necessario rispettare e salvare principalmente � ci� che fa la persona, il nucleo che costituisce la persona. E ci� richiede di salvare e rispettare l'ambiente senza il quale questo nucleo non � praticabile o resta molto limitato. La persona � la priorit� assoluta, e mi riferisco alla persona individuale. Ma la persona non � un'isola. Ossia bisogna rispettare non solo la persona individuale, ma anche all'ambiente sociale, culturale ed umano di cui la persona ha bisogno per svilupparsi.
Ritengo anche importante una pedagogia chiara sui diritti e sui doveri. A volte ci sono ambienti dominanti che insistono solo sui doveri della minoranza. E ne abusano. Altre volte, al contrario, ci sono maggioranze complessate che non osano dire che la minoranza ha diritti, ma anche doveri verso la collettivit�. I complessi di superiorit�, gli atteggiamenti di marginalizzazione, le azioni di sfruttamento, tutto ci� � male.
Molto male. Ma infine quasi sempre la convivenza esige un grande sforzo di reciprocit�. E' certo che molte volte � necessario un maggiore sforzo di avvicinamento da parte degli uni e degli altri (pi� aiuto umanitario, o pi� espiazione e pi� riconoscimento di mancanze o di crimini passati, o pi� riparazioni di qualsiasi tipo), ma molte volte, nonostante con diversa intensit�, l'avvicinamento e la riparazione devono essere reciproci. Poco o molto, prima o poi, tutte le parti devono fare uno sforzo di mutua comprensione. Tutte, poco o molto, prima o poi, dovranno praticare l'empatia, cio�, la capacit� di identificarsi con l'altro, di mettersi nella pelle dell'altro.
Permettetemi di parlare adesso di un caso vissuto proprio da me: quello della guerra civile spagnola. Perch�, a dispetto dei pronostici di molti, il ricordo e tutte le conseguenze di una guerra civile che � stata crudele -crudele nella retroguardia fra civili, con molti assassinii e distruzioni di tutti i tipi- sono stati superati in modo francamente positivo. Evidentemente, per diverse ragioni. In primo luogo, perch� era passato del tempo. Ma in altri casi simili, in cui era anche passato pi� tempo, si sono create situazioni di nuova e gravissima violenza. In secondo luogo, il paese si era sviluppato molto economicamente e si era creato benessere. E questo significa che le condizioni in cui si vive -economiche o di mentalit�, di benessere o di sensibilit�- contano molto. Pertanto, � necessario migliorare tali condizioni per facilitare la convivenza. Anche in questo caso si pu� dire che ci� che � decisivo � la persona umana, ma che la persona umana non � un'isola. Ma infine � entrata in gioco l'empatia. Un grande esercizio di empatia collettiva.
Vale la pena dire che, nel caso concreto della Spagna, c'era il vantaggio che da ambo i lati ci sono stati crimini, ingiustizie molto gravi, barbarie. Tutti siamo stati carnefici e al tempo stesso vittime. E al fondo molti spagnoli dei due campi erano coscienti di questo. Nessuno poteva avere sentimenti di superiorit� morale.
All'inizio non fu cos�, n� per alcuni anni a seguire. Non lo era principalmente in quelli che furono i protagonisti diretti, attivi o passivi, della barbarie. Ma la realt� della doppia colpevolezza era tanto evidente, che i sentimenti negativi non si poterono trasmettere con molta forza. E l'empatia, la capacit� di mettersi nella pelle dell'altro � stata possibile.
Quando, durante gli anni '50, il Partito Comunista Spagnolo lanci� la campagna detta di riconciliazione nazionale, lo fece, molto probabilmente, per motivi strettamente politici. E perch� il rapporto di forza fra i vincitori e gli sconfitti della guerra civile erano talmente favorevoli ai vincitori che dalla parte degli sconfitti non si potevano fare proposte pi� aggressive.
Anche cos� il concetto di riconciliazione conteneva intrinsecamente un riconoscimento di mutua responsabilit� e di mutua colpevolezza. Non so se il partito Comunista aveva coscienza di ci�, ma ci sono proposte che hanno effetti che vanno al di l� dell'intenzione dei suoi autori.
Uno degli ostacoli alla riconciliazione e alla convivenza a volte � il fatto che con il tempo gli sconfitti esigono una vendetta morale basandosi sul fatto di aver sofferto di pi�. Questo aiuta a creare un sentimento di superiorit� morale. Non dal primo momento. All'inizio i vincitori credono di aver vinto perch� sono buoni. Ma spesso con il tempo questo sentimento si attenua e al contrario gli sconfitti mantengono l'auto stima grazie ad un sentimento di superiorit� morale. Gli uni e gli altri devono sapere che la tendenza ad abusare di una situazione favorevole � universale. Illustrer� questo, per concludere, con un incidente personale, di quando ero bambino.
Lungo la costa catalana ci sono molte torri di difesa, di solito sille colline unite al mare. Sono chiamate "torri di guaita", ossia, di vigilanza, o anche "torri di mouro". Quando ero piccolo, chiedevo a mia nonna: "A cosa servono queste torri?" E lei mi diceva :"Tanti anni fa arrivavano l navi dei mori e attaccavano le popolazioni e uccidevano la gente e portavano via i bambini. In quel tempo, da queste torri vedevamo se i mori arrivavano e avvisavamo la gente di fuggire".
Alcuni anni pi� tardi, gi� ero grande, ho visitato la Tunisia, e a Monastir ho visto un grande castello vicino al mare. E ho domandato: "A cosa serviva questo castello?". E un amico tunisino mi ha risposto: "Molti anni fa arrivavano i cristiani e attaccavano le popolazioni e uccidevano la gente e portavano via i bambini. Quando ci attaccavano, ci rifugiavamo qui".
Il fatto � che sia mia nonna sia l'amico tunisino avevano ragione. Gli uni e gli altri erano stati pirati, quando erano forti, e gli uni e gli altri erano state vittime quando erano deboli. E nessuno di noi era moralmente superiore all'altro.
A me, esperienze come questa, o come la riflessione sulla nostra guerra, o come quella del contatto costante con l'immigrazione mi hanno fatto capire molte cose sulla convivenza. Il fatto � che capire una cosa non sempre vuol dire saperla applicare bene.