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4 Febbraio 2010

Monsignor Dumas: abbiamo bisogno di mani amiche

«Non dimenticate Haiti: serve il sostegno di tutti»

Il presidente di Caritas Haiti, ospite della Comunità di Sant’Egidio, ha sottolineato che la solidarietà deve essere «intelligente, efficace, rapida e coerente»

 
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« I buoni amici non sono amici per un giorno, ma per sempre ». Il giovane vescovo Pierre Dumas, 48 anni, conclude con questo antico proverbio haitiano la conferenza stampa convocata nella sede romana della Comunità di Sant’Egidio.

Il senso del richiamo è chiaro. I media e la comunità internazionale devono continuare a tenere la «lampada accesa» sulla terribile tragedia che ha colpito il piccolo Paese caraibico. Non devono dimenticare Haiti, ma devono impegnarsi per aiutarla a risorgere senza perdere tempo. Coinvolgendo la società civile locale – Chiesa compresa – e senza perdersi in diatribe interne, «indegne», su chi deve avere la leadership.

Dopo una breve presentazione di monsignor Matteo Zuppi, assistente ecclesiastico della Comunità fondata da Andrea Riccardi, monsignor Dumas ha ribadito gli effetti devastanti che ha colpito il suo Paese. Le cifre non sono nuove ma riascoltarle fa sempre impressione: 200mila morti già seppelliti e 200mila scomparsi; 195mila feriti; un milione di senza tetto; un milione e mezzo di migranti forzati; tre milioni di persone colpite in qualche modo dal sisma. «Haiti – ricorda Dumas – era la Repubblica di Port-au-Prince. Ma oggi il 75% della capitale è distrutta, e quindi il Paese è collassato ». Il vescovo, che è presidente della Caritas haitiana e dal 2008 guida la neonata diocesi di Anse-a-Veau et Miragoane, spiega che anche i sopravvissuti sono traumatizzati per le oltre cento scosse che si sono succedute a quella distruttiva del 12 gennaio.

Il popolo – scandisce il vescovo – non ha bisogno di «parole», di «recriminazioni», di «futili discussioni», come quelle sulla «stregoneria», ma si aspetta invece una «mano amica», «compassione», «bontà di cuore». E aiutare, sottolinea, non vuol dire fare tutto al posto degli haitiani, ma occorre invece coinvolgere quel che rimane della società civile e anche la Chiesa cattolica. Ascoltare «i loro desiderata». La carità, chiede Dumas, deve essere «intelligente, efficace, rapida e coerente». «Non si può – aggiunge – militarizzare l’aiuto umanitario». Dumas riconosce quanto fatto dagli Stati Uniti, ma, aggiunge, possono fare «molto di più». E definisce «indegno» alimentare le pole- miche su come organizzare gli aiuti: «Nessun Paese – spiega – può pensare di mettere da parte altri Paesi. Non si tratta di dire chi è più forte, ma di verificare chi può offrire il migliore aiuto nei diversi settori in cui si deve intervenire». Dumas cita positivamente il fatto di aver visto medici cubani e statunitensi lavorare insieme per soccorrere la popolazione o l’aiuto dato da Santo Domingo, che tradizionalmente ha pregiudizi negativi sugli haitiani. Mentre in Italia rimbalza la notizia che sono in arrivo a Venezia i due bambini haitiani adottati dalla famiglia Trevisiol già dal 2005, Dumas, a margine della conferenza stampa, ribadisce che non si possono fare «adozioni senza documenti, si rispettino le leggi». «È vero che il governo è diventato molto debole – precisa – ma si può contattare il ministero sociale. Nessuno può approfittare di questo popolo per fare traffici, sarebbe una grande pazzia. Bisogna rispettare la dignità di questi bambini. È importante sostenere anche le famiglie ad Haiti se i bambini hanno ancora dei familiari o parenti invece di portarli fuori ». Ieri, al termine dell’udienza del mercoledì, monsignor Dumas – insieme agli altri vescovi amici della Comunità di Sant’Egidio – ha avuto l’occasione di salutare brevemente Benedetto XVI. «Ho detto al Papa – ha raccontato il presidente della Caritas haitiana – che dobbiamo subito ricostruire le chiese, perché questo è un segno di vita. Bisogna infatti sapere che la fede ad Haiti non è un elemento da poco, è invece un elemento essenziale nella vita delle persone».


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