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27 Octobre 2013

Forum Filantropia

Donare è un mestiere e un piacere

Dice Melinda della Gates Foundation: «Abbiamo sempre saputo che avremmo dovuto restituire alla società la maggior parte della nostra ricchezza»

 
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In Italia si fanno solo 3,5 miliardi di euro di donazioni l'anno, in America 66 volte di più. Non è, come si crede, causa del fisco

La filantropia italiana? Molto diversa da quella del resto del mondo, sia ín cifre che in modello. Paragonarci all'America non conviene: la cifra delle donazioni in Italia si aggira sui 3,5 miliardi di euro, negli Usa si raggiungono i 303 miliardi di dollari, circa 233 miliardi di euro. Una differenza non colmabile da nessuna misurazione relativa: la cifra americana è infatti 66 volte più grande di quella italiana e non esiste alcuna differenza di quest'ordine di grandezza tra i due Paesi. La popolazione americana è circa cinque volte quella dell'Italia, quindi, per essere paragonabile, la cifra delle nostre donazioni dovrebbe raggiungere i 46 miliardi di euro: più di dieci volte quello che è in realtà. Comparando il prodotto interno lordo la sproporzione non cambia con il Pil americano che è circa sette volte quello italiano, per cui le nostre donazioni dovrebbero aggirarsi sui 33 miliardi, dieci volte la cifra attuale.

Diverso anche il modello: negli Stati Uniti donare è un comportamento normale (dona il 97% di coloro che possiedono da uno a cinque milioni di dollari, il 67% di persone con meno di 100 mila dollari di reddito annuale), mentre in Italia è un optional, un comportamento eccezionale. E non è solo una questione fiscale, come comunemente si è portati a pensare perché anche in Italia le donazioni si possono detrarre come in America. Lo dice l'agenzia delle Entrate nella sezione dedicata alle «Erogazioni liberali». Le donazioni alle università e agli enti di ricerca scientifica, ad esempio, in Italia sono deducibili dal reddito senza alcuna limitazione, mentre negli Stati Uniti sono soggette alla soglia del 50% del reddito, con un vantaggio quindi per l'Italia dove invece rimane il limite alla deducibilità delle donazioni nel settore dei Beni culturali per le persone fisiche, che possono detrarre soltanto fino al 10% del reddito.

Quello che manca all'Italia, dove la filantropia è stata per decenni più assimilata alle azioni caritatevoli, è quindi un modello di filantropia attiva come quella americana e anglosassone in grado di generare valore per un miglioramento sociale. Come dimostra l'America con le grandi associazioni filantropiche fondate da imprenditori di successo, il mondo del profit ha sviluppato delle competenze e dei modelli operativi che possono essere utilissimi al no-profit dove si è privilegiato il fare del bene senza preoccuparsi roppo del come. Lo conferma l'indagine Eurisko presentata al primo Forum italiano della Filantropia in corso ieri e oggi ai Musei Vaticani, promosso e organizzato da Agenda Sant'Egidio: nelle fasce privilegiate del nostro Paese è più debole sia la cultura della restituzione che il senso civico e il dovere verso la comunità a cui si appartiene, molto forte ad esempio in Inghilterra dove la maggior parte delle donazioni riguardano realtà locali, vicine al donatore.

In assenza di un forte supporto culturale e anche di una tradizione familiare (spesso presente negli Stati Uniti) la scelta filantropica nel nostro Paese è quasi sempre vissuta come una scelta personale, talvolta solitaria, a cui è bene non dare troppa visibilità per evitare critiche e dietrologie. Nel nostro Paese è anche decisamente più critica l'immagine della ricchezza e dell'attività filantropica che viene spesso vista come un modo per farsi perdonare qualche comportamento eticamente non corretto. Lo dicono Sergio Balbinot, Paolo Bulgari, Alessandro Garrone, Francesco Merloni, Guido Giubergia, Diego Della Valle, Alessandro Profumo, Isabella Seragnoli, Diana Bracco, Letizia Moratti e Renzo Rosso, i filantropi italiani intervistati da Eurisko, tra i protagonisti del forum che vuole proporre un'idea di filantropia attiva creando una rete internazionale di esperienze e best practice. Per questo sono stati coinvolti nell'indagine voluta da Agenda Sant'Egidio anche i grandi nomi della filantropia mondiale da Melinda Gates a Carol Civita, da Sir Thomas Hughes a Bernard Sabrier, a  Jeet Nabha Khemka, Irene Pritzker, Jàqueline Novogratz, Caricks Domit Slim e Eileen Rockefeller.

Venti storie diverse ma con alcuni punti comuni come la necessità di un approccio sistematico alla scelta filantropica: ci deve essere una visione, una strategia, un'organizzazione impostata e gestita in modo professionale e manageriale, ci devono essere business pian con obiettivi chiari e - aspetto giudicato fondamentale - una misurazione e una certificazione dei risultati ottenuti. Le fondazioni filantropiche sono diventate così degli incubatori dove importare le capacità imprenditoriali e manageriali del business.

«Abbiamo sempre saputo che avremmo dovuto restituire la maggior parte della nostra ricchezza alla società», dice Melinda Gates che con il marito Bill presiede la Bill and Melinda Gates Foundation, celebrata come modello della nuova filantropia, impegnata in diverse campagne, dalla battaglia per la salute alla lotta contro la povertà. «Ma non pensavo che l'avremmo fatto così presto. Quindici anni fa ci siamo imbattuti in un articolo di giornale che parlava di come la gastroenterite da rotavirus uccide 600mila bambini all'anno. Una malattia che per i bambini dei paesi ricchi è un semplice fastidio, curabile, per quelli dei paesi poveri è un killer. Non potevamo restare indifferenti, da lì è nata la nostra Fondazione basata sull'idea che le vite hanno tutte lo stesso valore. Da allora abbiamo deciso di sostenere programmi per il miglioramento della salute globale perché quando si sollevano le persone dal pesante fardello della malattia, si crea la possibilità di esprimere il proprio potenziale». Gli investimenti si sono tradotti in ricerca, in partnership, in cure, vaccini e in una speranza di futuro per milioni di bambini. «Con il Fondo Globale - prosegue Melinda Gates, la moglie del fondatore della Microsoft che ha donato alla sua fondazione filantropica circa 40 miliardi di dollari - siamo impegnati su tre importanti fronti, l'HIV, la tubercolosi e la malaria. I risultati possono essere misurati nelle statistiche, ma possono essere valutati anche in termini di vite individuali che ora sono piene di speranze».

E se sono  cambiate le declinazioni della filantropia moderna rispetto a quella del passato e le sfide che si pone, non è cambiato il ritorno personale che i filantropi ricevono che è costituito dal vedere l'impatto in termini di incremento di benessere per l'individuo o per una comunità, insieme all'apprezzamento di chi riceve. «La filantropia può essere molto appagante - conclude Melinda Gates -. È già una ricompensa il vedere che le persone ricevono un aiuto da te ma allo stesso è appagante essere impegnati in un progetto complesso che necessita delle tue competenze. Quando parlo con le persone di filantropia e mi chiedono in che progetti indirizzare le donazioni, io suggerisco di pensare alle proprie passioni e di partire da lì, solo così la filantropia non sarà mai una perdita». 

 

 

AGENDA SANT'EGIDIO 


Due progetti contro la povertà e l'Aids. Con il ricavato del Forum della Filantropia si sosterranno "Viva gli anziani" e "Dream", due progetti di Agenda Sant'Egidio, l'associazione apolitica e senza scopo di lucro fondata da Maite Bulgari con la finalità di promuovere e favorire il sostegno di tutte le attività contro la povertà e l'assistenza dalla Comunità di Sant'Egidio. Il Programma Viva gli Anziani, nato nel marzo del 2004 dopo l'ondata di calore straordinario dell'estate 2003, che ha provocato la morte di più di zomila persone, sí propone di combattere la solitudine che spesso accompagna la vita delle persone anziane. Attraverso l'attività di operatori di quartiere, permette alle persone anziane di affrontare  e superare gli eventi critici rimanendo nel proprio ambiente domestico. Il programma ha raggiunto ad oggi 8.940 anziani over 75 e sono state create significative reti di supporto e dí prossimità con più di 574 attori sociali attivamente coinvolti.

Dream, acronimo di Drug Resource Enhancement against AIDS and Malnutrition, è il primo e più efficace programma di terapia globale per la cura del malati di Aids nell'Africa Australe. Dal 2002, quando ha preso avvio in Monzambico, si è esteso ad altri paesi africani dove sono stati aperti molti centri di cura e laboratori di biologia molecolare, Alcune di queste strutture sono attive grazie ad accordi di collaborazione con centri sanitari locali che hanno replicato il programma. In undici anni Dream ha avuto 150 mila assistiti di cui 25mila minori di i5 anni; 14mila bambini nati sani dal programma di prevenzione verticale e sono più di un milione le persone che in questi anni hanno usufruito del programma. 


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