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11 Septembre 2012 09:30 | National Theatre

Il Concilio Vaticano II compie cinquant’anni: il dialogo ha ancora un futuro?



Ignazio Sanna


Archevêque catholique, Italie

Il dialogo è stato senz’altro uno dei protagonisti principali della stagione conciliare. Negli anni del Concilio gli ha dato voce autorevole Paolo VI con l’enciclica Ecclesiam Suam. In quelli del post-Concilio lo hanno praticato teologi ed esegeti. Nell’ambito della presente riflessione prendo in considerazione le prospettive del dialogo aperte dal Concilio tra Chiesa cattolica e le religioni monoteistiche dell’Ebraismo e dell’Islàm.


La pietra angolare di questo dialogo è stata posta dalla dichiarazione conciliare sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Secondo la Nostra Aetate, "la Chiesa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini" (NAe, 2). La dichiarazione conciliare ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo. Secondo i padri del concilio, la chiesa di Cristo riconosce che gli inizi della sua fede e della sua elezione si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti. Essa confessa che tutti i fedeli di Cristo, figli di Abramo secondo la fede, sono inclusi nella vocazione di questo patriarca, e che la salvezza ecclesiale è misteriosamente prefigurata nell'esodo del popolo eletto dalla terra di schiavitù. Per questo, la Chiesa non può dimenticare che ha ricevuto la rivelazione dell'Antico Testamento per mezzo di quel popolo con cui Dio, nella sua ineffabile misericordia, si è degnato di stringere l'Antica Alleanza, e che essa stessa si nutre della radice dell'ulivo buono su cui sono stati innestati i rami dell'ulivo selvatico che sono i gentili. La Chiesa crede, infatti, che Cristo ha riconciliato gli ebrei e i gentili per mezzo della sua croce e dei due ha fatto una sola cosa in se stesso. Inoltre, la Chiesa ha sempre davanti agli occhi le parole dell'apostolo Paolo riguardo agli uomini della sua razza: "ai quali appartiene l'adozione a figli e la gloria e i patti di alleanza e la legge e il culto e le promesse, ai quali appartengono i Padri e dai quali è nato Cristo secondo la carne" (Rm 9, 4-5).


Essa, continua la dichiarazione, ricorda anche che dal popolo ebraico sono nati gli apostoli, fondamenta e colonne della Chiesa, nonché quei moltissimi primi discepoli che hanno annunciato al mondo il vangelo di Cristo. Anche se Gerusalemme non ha conosciuto il tempo in cui è stata visitata, e gli ebrei in gran parte non hanno accettato il Vangelo, ed anzi non pochi si sono opposti alla sua diffusione, gli ebrei, in grazia dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. Con i profeti e con lo stesso Apostolo, la Chiesa attende il giorno, che solo Dio conosce, in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e lo serviranno sotto uno stesso giogo. Poiché il patrimonio spirituale comune a cristiani e ad ebrei è molto grande, il concilio vuole promuovere e raccomandare tra loro una mutua conoscenza e stima, che si ottengono soprattutto con gli studi biblici e teologici, e con un fraterno dialogo. E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia, quanto è stato commesso durante la sua passione non può essere imputato né indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi, né agli ebrei del nostro tempo. E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, conclude la dichiarazione, gli ebrei, tuttavia, non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura. La Chiesa che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli ebrei e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli ebrei in ogni tempo e da chiunque.
Dopo il Concilio, nel 1998, il documento Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah ha affermato con molta onestà e sincerità che la storia delle relazioni tra ebrei e cristiani è una storia tormentata. Infatti, agli albori del cristianesimo, dopo la crocifissione di Gesù, sorsero contrasti tra la chiesa primitiva e i capi dei giudei ed il popolo ebraico i quali, per ossequio alla Legge, a volte si opposero violentemente ai predicatori del Vangelo e ai primi cristiani.


Il documento della Pontificia Commissione Biblica Il popolo ebraico e le sue Scritture nella Bibbia cristiana, del 2001, scrive che "Ciò che è già compiuto in Cristo deve ancora compiersi in noi e nel mondo. Il compimento definitivo sarà quello della fine, con la risurrezione dei morti, i cieli nuovi e la terra nuova. L'attesa messianica ebraica non è vana. Essa può diventare per noi cristiani un forte stimolo a mantenere viva la dimensione escatologica della nostra fede. Anche noi, come loro, viviamo nell'attesa. La differenza sta nel fatto che per noi Colui che verrà avrà i tratti di quel Gesù che è già venuto ed è già presente e attivo tra noi". Relativamente al rapporto tra Antico e Nuovo Testamento e tra cristiani ed ebrei, il documento scrive che "senza l'Antico Testamento, il Nuovo Testamento sarebbe un libro indecifrabile, una pianta privata delle sue radici e destinata a seccarsi".
Giovanni Paolo II è stato indubbiamente il papa che ha contribuito con maggiore efficacia e convinzione al miglioramento dei rapporti tra cristiani ed ebrei. Egli fu il primo papa, dopo S. Pietro, a mettere piede dentro una sinagoga, e il primo papa a menzionare nel suo testamento il rabbino capo di Roma. Egli è stato l'uomo che ha vissuto da vicino la tragedia di Auschwitz, che ad Auschwitz è stato pellegrino nel 1979, che nel 1986 ha abbracciato nella sinagoga di Roma il rabbino capo Toaff, che nel 1998 ha prefato il documento vaticano sull'olocausto, che il 26 marzo del 2000 ha pregato davanti al Muro del pianto e tra le pietre ha infilato un biglietto, mescolandolo alle altre invocazioni.  La sua preghiera è molto eloquente: "Dio Padre, tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo Nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso dei secoli hanno causato sofferenze ai tuoi figli e, mentre chiediamo perdono, vogliamo impegnarci a vivere in autentica fraternità con il popolo dell'alleanza". Quella preghiera è stato il passo idealmente conclusivo di un percorso lungo una vita, ed è anche il culmine della visita in Israele, sette anni dopo l'Accordo fondamentale (1993) che, sotto l'influenza decisiva del papa in persona, ha posto le basi per regolarizzare la posizione giuridica della Chiesa nello Stato ebraico e per stabilire l'apertura di relazioni diplomatiche tra le parti. Nella tappa a Yad Vaschem, il Memoriale dello Shoah, il papa ha detto: "come vescovo di Roma e successore di Pietro io assicuro il popolo ebraico che la Chiesa, motivata dalla legge della verità e dell'amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l'odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani".
Si può dire che l'abbraccio tra il papa e il rabbino capo di Roma sia stato l'abbraccio di due religioni sorelle, l'apertura di una nuova pagina tra ebrei e cristiani e la conclusione definitiva di duemila anni di incomunicabilità, di sofferenze. E' stato un gesto eloquente che rimane nel tempo come patrimonio di riconciliazione per tutta la cristianità.


Benedetto XVI ha continuato il dialogo con la sua visita alla Sinagoga di Colonia, il venerdì 19 agosto 2005, durante il suo primo viaggio apostolico per la Giornata Mondiale della Gioventù, che ha coinciso con il 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti, e con il 40° anniversario della Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha aperto nuove prospettive nei rapporti ebreo-cristiani all’insegna del dialogo e della solidarietà. In quell’occasione, il pontefice tedesco ha ribadito che intende continuare con grande vigore il cammino verso il miglioramento dei rapporti e dell’amicizia con il popolo ebraico in cui Papa Giovanni Paolo II ha fatto passi decisivi. “La storia dei rapporti tra comunità ebraica e comunità cristiana, ha ribadito il pontefice, è complessa e spesso dolorosa. Ci sono stati periodi benedetti di buona convivenza, ma c’è stata anche la cacciata degli ebrei da Colonia nel 1424. Nel XX secolo, poi, nel tempo più buio della storia tedesca ed europea, una folle ideologia razzista, di matrice neopagana, fu all’origine del tentativo, progettato e sistematicamente messo in atto dal regime, di sterminare l’ebraismo europeo: si ebbe allora quella che è passata alla storia come la Shoà”. “Nei quarant’anni trascorsi dalla Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, ha proseguito il Pontefice, in Germania e a livello internazionale è stato fatto molto per il miglioramento e l’approfondimento dei rapporti tra ebrei e cristiani. Accanto alle relazioni ufficiali, grazie soprattutto alla collaborazione tra gli specialisti in scienze bibliche, sono nate molte amicizie…Resta però ancora molto da fare. Dobbiamo conoscerci a vicenda molto di più e molto meglio. Perciò incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un’interpretazione condivisa di questione storiche ancora discusse e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo. Questo dialogo, se vuole essere sincero, non deve passare sotto silenzio le differenze esistenti o minimizzarle; anche nelle cose che, a causa della nostra intima convinzione di fede ci distinguono gli uni dagli altri, anzi proprio in esse, dobbiamo rispettarci e amarci a vicenda. Il nostro sguardo, ha concluso il pontefice, non dovrebbe volgersi solo indietro, verso il passato, ma dovrebbe spingersi anche in avanti, verso i compiti di oggi e di domani. Il nostro ricco patrimonio comune e il nostro rapporto fraterno ispirato a crescente fiducia ci obbliga a dare insieme una testimonianza ancora più concorde, collaborando sul piano pratico per la difesa e la promozione dei diritti dell’uomo e della sacralità della vita umana, per i valori della famiglia, per la giustizia sociale e per la pace nel mondo. Il Decalogo è per noi patrimonio e impegno comune. I dieci comandamenti non sono un peso, ma l’indicazione di un cammino verso una vita riuscita”. (L’Osservatore Romano, sabato 20 agosto 2005, p.9)
Allo stato attuale, il confronto tra identità cristiana e Islàm non può essere eluso, se non altro, per il semplice fatto che entro un decennio, si prevede che, in seguito al processo di desertificazione, 212 milioni di persone abbandoneranno l'Africa mediterranea e sahariana e cercheranno rifugio in Europa e in Asia. Si prevede che l'Europa dovrà accogliere almeno 70 milioni di africani. In nove dei tredici paesi minacciati dalla desertificazione la religione mussulmana è professata da un minimo del 90% a un massimo del 99,5% della popolazione. (I paesi dell'Africa mediterranea e sahariana sono: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Sudan, Etiopia, Senegal, Nigeria).

Giovanni Paolo II è stato un promotore instancabile del dialogo interreligioso. Già nella sua prima enciclica Redemptor hominis aveva scritto: "Il Concilio ecumenico ha dato un impulso fondamentale per formare l'autocoscienza della Chiesa, offrendoci in modo tanto adeguato e competente, la visione dell'orbe terrestre come di una "mappa" di varie religioni. Il Concilio è pieno di profonda stima per i grandi valori spirituali, anzi, per il primato di ciò che è spirituale e trova nella vita dell'umanità la sua espressione nella religione, e, inoltre, nella moralità, con diretti riflessi su tutta la cultura...Per l'apertura data dal Concilio Vaticano II, la Chiesa e tutti i cristiani hanno potuto raggiungere una coscienza più completa del mistero di Cristo, "mistero nascosto da secoli" in Dio, per essere rivelato nel tempo, nell'uomo Gesù Cristo, e per rivelarsi continuamente in ogni tempo" (n. 11).
Egli è stato tra i primi a intuire che si stava ormai nello spazio mondiale e che confrontarsi con esso rappresentava un'urgenza. La preghiera di Assisi dell'ottobre 1986 ha precorso tale questione, che abbiamo visto riproporsi nelle guerre che si sono susseguite dopo quella data: l'ex Jugoslavia, l'Algeria, il conflitto israelo-palestinese e le due guerre del Golfo. Questo inizio di dialogo con l'Islàm si avviava mentre il mondo musulmano era attraversato da forti crisi: crisi religiose - opposizione tra musulmani fondamentalisti e musulmani moderati - e crisi politiche.  All'alba del nuovo secolo le società dell'Islàm sono bloccate: la società civile è debole, il potere politico sembra chiudersi in se stesso.


Benedetto XVI, a Colonia, ha chiamato i musulmani “amici” e ha detto che “se insieme riusciremo ad estirpare dai cuori il sentimento di rancore, a contrastare ogni forma di intolleranza e ad opporci ad ogni manifestazione di violenza, freneremo l’ondata di fanatismo crudele che mette a repentaglio la vita di tante persone, ostacolando il progresso della pace nel mondo. Il compito è arduo, ma non impossibile. Il credente infatti sa di poter contare, nonostante la propria fragilità, sulla forza spirituale della preghiera”. Proseguendo, ha aggiunto: “Sono profondamente convinto che dobbiamo affermare, senza cedimenti alle pressioni negative dell’ambiente, i valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. La vita di ogni essere umano è sacra sia per i cristiani che per i musulmani. Abbiamo un grande spazio di azione in cui sentirci uniti al servizio dei fondamentali valori morali. La dignità della persona e la difesa dei diritti che da tale dignità scaturiscono devono costituire lo scopo di ogni progetto sociale e di ogni sforzo posto in essere per attuarlo. E’ questo un messaggio scandito in modo inconfondibile dalla voce sommessa ma chiara della coscienza…Solo sul riconoscimento della centralità della persona umana si può trovare una comune base di intesa, superando eventuali contrapposizioni culturali e neutralizzando la forza dirompente delle ideologie…Quante pagine di storia registrano le battaglie e le guerre affrontate invocando, da una parte e dall’altra,  il nome di Dio, quasi che combattere il nemico e uccidere l’avversario potesse essere cosa a Lui gradita. Il ricordo di questi tristi eventi dovrebbe riempirci di vergogna, ben sapendo quali atrocità siano state commesse nel nome della religione. Le lezioni del passato devono servirci ad evitare di ripetere gli stessi errori. Noi vogliamo ricercare le vie della riconciliazione e imparare a vivere rispettando ciascuno l’identità dell’altro. La difesa della libertà religiosa, in questo senso, è un imperativo costante e il rispetto delle minoranze un segno indiscutibile di vera civiltà”. (L’Osservatore Romano, lunedì-martedì 22-23 agosto 2005, p.5).

+Ignazio Sanna, Arcivescovo di Oristano (Italia)

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