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8 Septembre 2014 09:30 | Auditorium ING

Intervento



Angelo Romano


Communauté de Sant'Egidio, Italie

Cari amici

Pochi mesi fa, papa Francesco, in una omelia ha detto:
«Io vi dico - ha affermato il Papa - che oggi ci sono più martiri che nei primi tempi della Chiesa. Tanti fratelli e sorelle nostre che offrono la loro testimonianza di Gesù e sono perseguitati. Sono condannati perché posseggono una Bibbia. Non possono portare il segno della croce». E’ un tema questo che papa Francesco ha ripreso in molte occasioni, ricordando quanti nel mondo soffrono a causa della fede, o hanno sofferto in tempi recenti: e pensiamo particolarmente a paesi che oggi qui sono autorevolmente rappresentati.

Ci troviamo a parlare di martiri e a farlo guardando gli orizzonti del mondo. Non è un discorso per autocommiserarci o magari per giustificare la scarsa incisività della nostra testimonianza cristiana. In realtà parlare di martiri significa compiere un percorso spirituale, non si può parlare di martiri senza una profonda sensibilità, perché con un cuore indurito si diventa duri di orecchi e si chiudono gli occhi per non vedere. 

Per comprendere i martiri serve un occhio che vede e un cuore che percepisce, un animo affinato dal Vangelo che ha vinto la propria inclinazione al vittimismo e alla autoreferenzialità. Il mondo non comprende la loro testimonianza, e spesso la banalizza o cerca di strumentalizzarla per i propri fini. Anche i cristiani non sempre hanno immediatamente compreso il valore e l’importanza delle storie dei martiri.

In qualche modo bisogna essere Santi per comprendere pienamente le testimonianze dei martiri. Il martire vive un paradosso cristiano, e’ apparentemente uno sconfitto, un vinto, qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle l’apparente stoltezza  e la follia della croce: l’apostolo Paolo però ci insegna che “ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.”(1 Cor.1, 25) I martiri hanno seguito il Signore sulla via della croce. 

Solo i Santi comprendono appieno la potenza e la forza della testimonianza dei martiri.  Nel 1968, in piena guerra fredda, quando il mondo comunista sembrava in piena avanzata, anzi sul punto di vincere, l'anziano Patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora, affidava delle sue riflessioni al teologo francese Olivier Clément, ed affermava:

«I cristiani russi hanno vinto il totalitarismo nel loro paese. Lo hanno vinto con la loro fede, la loro preghiera, la sofferenza dei confessori e dei martiri […] La loro vittoria non la si vede ancora. Molte cose pesanti si attardano alla superficie della storia: ma tutto è già cambiato in profondo.»

Solo un grande cuore poteva vedere quanto nessun commentatore, politologo, intellettuale aveva visto a quel tempo: la forza mite dei martiri, la loro testimonianza, il loro amore che perdonava i loro persecutori avevano smosso nel profondo, si potrebbe dire nella profondità della terra: il male era vinto in radice, anche se tante cose si attardavano in superficie. 

Cercando quindi di andare al di là della superficie, guardiamo al mondo dei martiri, e vorrei farlo a partire da un luogo caro alla Comunità di Sant’Egidio e a quanti conoscono e cercano le storie dei martiri: la Basilica di San Bartolomeo all’Isola, luogo memoriale per i martiri cristiani del nostro tempo. In essa sono custodite memorie e reliquie dei martiri cristiani da tutto il mondo e da tutte le chiese.

Come mai questa Basilica medievale, San Bartolomeo, oggi svolge questa missione? È grazie ad un santo, San Giovanni Paolo II, che come sappiamo, era testimone lui per primo dei tanti cristiani che si erano confrontati con i totalitarismi del XX secolo, ed aveva compreso la forza della loro testimonianza. Giovanni Paolo II volle raccogliere, prima del Giubileo del 2000 le storie dei martiri contemporanei, e poi, celebrò la loro memoria presso il Colosseo il 7 maggio del 2000. Ègrazie a lui se le storie di tanti martiri contemporanei sono uscite dall’oblio e dalla dimenticanza. In  quella occasione Giovanni Paolo II disse:  

«La generazione a cui appartengo ha conosciuto l'orrore della guerra, i campi di concentramento, la persecuzione. [...] L'esperienza della seconda guerra mondiale e degli anni successivi mi ha portato a considerare con grata attenzione, l'esempio luminoso di quanti, dai primi anni del Novecento sino alla sua fine, hanno provato la persecuzione, la violenza, la morte, per la loro fede e per il loro comportamento ispirato alla verità di Cristo.  E sono tanti! La loro memoria non deve andare perduta, anzi va recuperata in maniera documentata.»

È Giovanni Paolo II che scelse che la Basilica di San Bartolomeo divenisse  luogo memoriale per i “nuovi martiri” contemporanei, di tutte le Chiese cristiane. Da allora si è svolto come un pellegrinaggio, da tante parti del mondo: sono venute cardinali e vescovi cattolici, Patriarchi ortodossi, pastori e vescovi di diverse chiese evangeliche, tutti portando con sè qualcosa da affidare alla Basilica: lettere, oggetti, fotografie, reliquie. Apparentemente povere cose, ma che ci sono state affidate come cose preziosissime, perché legate a storie di fedeltà al Vangelo fino all’effusione del sangue. Le abbiamo tutte esposte, su tanti altari, ognuno dedicato ad una diversa situazione di martirio. Sono storie di mondi distanti, dall’Africa alla Russia, dal Messico delle persecuzioni contro i cristiani ai martiri anglicani delle Isole Salomone. Storie diverse ma unite dalla fedeltà al Vangelo e alla resistenza contro il male e le sue manifestazioni violente. Sono storie di martiri che hanno resistito alla violenza ma senza armi in mano, inermi, rispondendo al male con il bene, all’odio con l’amore. Sono storie di cristiani che nel loro martirio rappresentano un germe di unità tra le Chiese. 

Tante sono le storie di martiri che in un certo senso custodiamo alla Basilica di San Bartolomeo. Tra di esse permettetemi di citarne una in questi tempi di violenza e di sofferenza compiuta contro i cristiani in Medio Oriente.

Otto anni fa, in Somalia, in una Mogadiscio tormentata da scontri armati, c’era una unica struttura ospedaliera funzionante, ed era quella gestita da due suore della Consolata. Era l’unico posto in tutta la città dove le donne potevano partorire con l’assistenza di un medico. L’ospedale era circondato dalla simpatia di tutti i somali: ma a Mogadiscio c’era la guerra, e con essa oscuri disegni di terrorismo e di violenza contro i pochissimi cristiani ancora presenti. Il 17 settembre 2006 (l’anniversario cade tra sei giorni) una delle due suore, Leonella Sgorbati, dopo ripetute minacce, venne uccisa all’uscita dell’ospedale. Era accompagnata dal suo autista somalo, Mohammad, musulmano e padre di quattro figli, che vide giungere l’assassino e, per difenderla, corse a coprirla con il suo corpo, morendo lui per primo. Suor Leonella, morì poco dopo ripetendo “perdono, perdono”. Suor Leonella, inerme in una città piena di armi, ha saputo resistere al male e testimoniare la gratuità dell’amore di Gesù intorno a sé tanto da spingere chi le voleva bene, a sacrificarsi per proteggerla; la storia di Suor Leonella disegna come una icona di come dovrebbero essere i rapporti tra cristiani e musulmani, amarsi l’un l’altro al punto da dare la vita gli uni per gli altri. Nella Basilica di San Bartolomeo e’custodita la sua piccola croce di religiosa, che tanti vengono a venerare.

Le storie dei martiri in tante parti del mondo, che segnano in modo così drammatico questo nostro tempo, devono farci riflettere. Davanti ai segni della presenza del male in questo mondo dobbiamo comprendere la forza della loro testimonianza: come ricordava sempre papa Francesco parlando del suo recentissimo viaggio in Corea: “Ciò che invece Cristo combatte e sconfigge è il maligno, che semina zizzania tra uomo e uomo, tra popolo e popolo […]. Questo sì, Gesù Cristo lo ha combattuto e lo ha vinto con il suo Sacrificio d’amore. E se rimaniamo in Lui, nel suo amore, anche noi, come i Martiri, possiamo vivere e testimoniare la sua vittoria” .

 

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