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1 Octobre 2013 09:30 | Université Urbanienne - Auditorium Jean-Paul II

Il Terrorismo religioso interpella i credenti



Joseph Levi


Rabbin de Florence, Italie
Nella liturgia ebraica di queste settimane si dà lettura ai primi capitoli della Genesi, nei quali si narra le difficoltà che il Signore creatore del mondo e dell’uomo ha avuto nel realizzare il Suo progetto di creare una umanità giusta che potesse custodire e sviluppare la creazione. Caino in una lotta fra nomadi e agricoltori uccise suo fratello e si rifiutò di riconoscere la sua responsabilità per la sorte del fratello. L’umanità malvagia e corrotta fu distrutta dall’alluvione. Ai figli di Noè furono dettate nuove leggi: Non spargere sangue nel quale risiede l’anima divina. Non uccidere la propria specie, comportarsi con compassione e senza crudeltà col mondo animale, rispettare e risparmiare la propria vita che appartiene a D-io e della quale uno non ne è il padrone, comportarsi con rispetto verso la creazione. A questi modelli di comportamento la tradizione rabbinica ha voluto aggiungere il dovere di avere un sistema giudiziario efficace in grado di fare giustizia e mantenere l’ordine sociale e credere in un D-io dell’universo.
La generazione successiva a Noè pecca già di orgoglio onnipotente pensando di poter controllare la storia e creare delle civiltà e città estranee a questi criteri-precetti, noachidi come a volte vengono chiamati. La costruzione di nuove città e torri, non basate su una moralità universale e basilare, porta ad una guerra civile fra i costruttori della città e la nuova civiltà scompare per lasciar spazio ad una nuova stirpe, la stirpe di Abramo, alla quale tutti noi apparteniamo, basata sulle vie di Abramo, vie di giustizia e misericordia.
In questi brevi e condensati capitoli troviamo le basi ed il riassunto del problema che vogliamo oggi analizzare.
Il fenomeno religioso è un fenomeno complesso. Da una parte il contatto e la rivelazione del divino richiede come una precondizione una profonda e sincera umiltà, dall’altra parte spesso chi pensa di aver avuto una rivelazione tende a comunicarla al resto dell’umanità. A volte l’effetto sconvolgente della rivelazione e dell’esperienza religiosa tende a prendere anche forme violente, volendo comunicare la verità rivelata con la forza. L’intolleranza sembra a volte far parte della stessa forza della rivelazione e dell’esperienza religiosa.
Come si riconciliano profonda umiltà, volontà sincera di mettersi a servizio degli altri e l’umanità, e la violenza della comunicazione del messaggio ricevuto? E’ difficile rispondere a questo quesito psico-teologico. Le tradizioni, tutte a mio avviso, rispondono con l’invito a trovare il giusto equilibrio fra giustizia e misericordia, le vie appunto di Abramo.
Alla vera giustizia si arriva utilizzando la stessa misericordia e consapevolezza che la strada verso la verità e l’esperienza di Dio è lunga e complessa, richiede pazienza e guida e tolleranza, e quasi sempre non può essere ottenuta con la forza. Per questo le religioni rivelate hanno sviluppato la teologia di periodi intermedi fra il presente ed il futuro. In futuro l’umanità intera arriverà a conoscere il vero Dio, ma nel frattempo ogni religione deve riconoscere ed apprezzare la parte di rivelazione, delle parole divine rivelate alla religione sorella, riconoscendo che la divinità si rivela, a tratti parziali, a una o un'altra persona, ad un gruppo o un altro della società umana.
Buber diceva: Ognuno di noi ha bisogno della sua casa, del suo spazio religioso protetto e sicuro, ma questo non toglie la possibilità ed il dovere di salutare amichevolmente dalle finestre delle nostre case sicure i nostri vicini, salutandoci con profondo rispetto e dignità da una finestra all’altra.
L’esperienza del dialogo interreligioso degli ultimi decenni ci ha insegnato che siamo tutti vulnerabili. Il paradosso fra profonda umiltà di fronte alla presenza divina e la volontà di imporla con la forza agli altri, la profonda gioia di aver scoperto la presenza divina, ed il disprezzo che nasce verso chi per sua sfortuna non ha  ricevuto o scoperto il rapporto con la divinità, attraversa reciprocamente le nostre case, le nostre forme di religioni organizzate. Questa consapevolezza ci fa capire l’importanza dei nostri dialoghi, che ci permettono di creare alleanze trasversali fra umili moderati di tutte le case religiose dell’uomo, rafforzando l’uno e l’altro nella propria battaglia interna, nella propria casa, di convincere gli estremisti di tutte le case religiose che il messaggio divino, l’esperienza di Dio va comunicata agli altri membri della società umana con un linguaggio di misericordia e compassione, con una didattica che mira e vede lontano e che invita l’altro a crescere e sviluppare nuove dimensioni e qualità umane che permetteranno anche a lui, a questa o quest’altra parte dell’umanità, di scoprire il profondo senso del dialogo con la divinità; di capire che la scoperta del divino non può essere imposta con la forza ma deve nascere spontaneamente come risultato di un lungo e profondo viaggio, e che l’ultima verità non sarà rivelata che alla fine dei tempi. Strada facendo possiamo apprezzare e riconoscere uno l’esperienza del divino dell’altro.
Riconoscendo che tutte le religioni, a volte in periodi diversi, peccano o hanno peccato (per la natura stessa del fenomeno religioso) d’estremismo e volontà d’imporre la religione con la forza, capiamo meglio i motivi e le radici del terrorismo, e parlare insieme, come facciamo oggi, basandosi sulle nostre fonti tradizioni ed esperienze religiose, come dare aiuto l’uno l’altro per convincere gli estremisti di casa nostra che stanno sbagliando strada, che la loro strategia non porterà ad una maggiore conoscenza di Dio, ma all’odio e alla distruzione, a rapporti umani completamente contrari ai valori che l’esperienza divina vuol insegnare all’umanità. La fratellanza e la condivisione d’esperienze ed i valori religiosi d’un umanesimo religioso ci aiuteranno anche a livello mondiale a convincere i terroristi che sbagliano strada, che l’umanità progredisce attraverso l’ascolto e l’amore per l’altro e non attraverso l’odio e la violenza. A noi ebrei e cristiani ci sono voluti quasi duemila anni per capirlo e per mettere in atto un dialogo quotidiano. Dobbiamo oggi aiutare i nostri fratelli musulmani ad affrontare con coraggio i loro conflitti e dibattiti interni. 
Il dialogo ebraico-cristiano è ormai una realtà importante nella conduzione dei rapporti internazionali. I rapporti fra cristiani musulmani ed ebrei si stanno sviluppando sempre di più come mostra anche questo importante convegno. Convegni internazionali fra saggi ebrei e musulmani, fra Imam e Rabbini, come fra mondo cristiano e mondo islamico non sono più una rarità. Messaggi e visioni universali nella prospettiva del patto con i figli di Noè: Dio manterrà la Sua promessa di non distruggere più l’umanità e la terra stessa se l’uomo saprà rispettare la sua parte del patto: Non Uccidere e non colpire la propria specie. Amare la natura e le creature che vivono nel giardino che la divinità ci ha regalato. Far progredire l’umanità, non con costrizione e violenza ma con pazienza e amore, verso la conoscenza del Dio Unico. Fedele a D-io è colui che sa conciliare giustizia e misericordia, come ci ha insegnato il nostro patriarca comune Abramo, padre di Isacco ed Ismaele, colui che ha un sorriso d’umiltà e colui che ascolta la voce del divino.
Aiutandoci uno l’altro nella difficile sfida e compito di questa epoca si avverranno le parole del profeta Isaia: Ish et Re’ehu Ya’azoru ule ahiv yomar Hazak: Ogni amico aiuterà l’altro e al suo fratello darà forza ed energia.
Insieme, uniti, dialoganti, aiutandoci l’un l’altro ce la faremo.

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